L’Aquila 2026, perdono e pace: la lezione civile

Il commento del giornalista e scrittore sul discorso del presidente Mattarella: «Il richiamo a Celestino V non suona come un omaggio “locale” ma come una scelta di prospettiva: mettere al centro ciò che L’Aquila può offrire al Paese»
Il Perdono come cifra identitaria, e Papa Celestino V come seme ancora vivo. Il passaggio nel discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica non sono parole a uso del cerimoniale. Sergio Mattarella definisce l'Abruzzo «terra di Celestino V, Pietro Angelerio dal Morrone», ricorda che la Chiesa ne ha riconosciuto la santità, e soprattutto mette al centro quel gesto “rivoluzionario” che «scardinò ogni privilegio di ricchezza o di classe sociale»: un perdono aperto a tutti, senza tornelli sociali, senza gerarchie di merito. È la sintesi più limpida del messaggio celestiniano: non un’icona nel catalogo delle memorie medievali, ma un’idea politica e spirituale insieme, capace di parlare al presente. Un Ghandi del Duecento!
E infatti, nel testo della prolusione per L’Aquila 2026 quella frase torna come pietra angolare: «La Perdonanza è assai più di un rito che si ripete. È un segno universale che rappresenta questa città nella storia». E ancora: «L’Aquila capitale del perdono, e dunque capitale di pace e riconciliazione: così disse Papa Francesco durante la visita del 28 agosto 2022». Qui le parole di Mattarella diventano un filo continuo: dal 1294 di Celestino, al 2022 di Francesco, passando per l’iscrizione Unesco del 2019.Non è un dettaglio. Perché se una capitale della cultura può essere, spesso, una vetrina, L’Aquila prova da tempo a rovesciare il paradigma: non “capitale” per mostrare, ma “capitale” per significare. Un laboratorio in cui la cultura non è intrattenimento, ma collante di civiltà, strumento di convivenza, argine alle fratture del tempo. Nel suo discorso Mattarella lo lega alla temperie del presente: guerre, volontà di dominio, strategie predatorie riemerse. In questo paesaggio, la cultura diventa un modo di resistere e ricomporre. E in questa chiave, la Perdonanza smette di essere solo calendario e folklore: diventa una grammatica pubblica. Chi conosce la Perdonanza, sa che il suo cuore non è un semplice “evento”: è una soglia. Porta Santa, attraversamento, gesto comunitario. Un rito che custodisce un’idea modernissima: la possibilità della “vita nuova” come diritto universale, non come premio selettivo. Il Presidente, oggi, non fa teologia: fa, con la sobrietà che gli è propria, una lettura civile del Perdono, interpretandolo come rottura degli steccati, inclusione, antidoto ai privilegi. Non a caso ricorda: «Tutti potevano ricevere il perdono e aprirsi a vita nuova». Nel 2026, in un mondo di contrapposizioni, quella frase è una freccia nel presente. E poi c’è l’altra parola-chiave che completa il quadro: pace. L’Aquila 2026 “capitale di pace e riconciliazione”. È una formula scolpita da Papa Francesco quel 28 agosto 2022 quando, per la prima volta in oltre sette secoli, un Pontefice aprì la Porta Santa di Collemaggio, trasformando la Perdonanza in un gesto di portata internazionale, riaccendendone l’universalità.
Dentro questo triangolo Celestino-Francesco-"Sergio" (come lo ha significativamente definito il direttore Telese) si gioca l’ennesimo riconoscimento. Ma non è solo celebrazione: è responsabilità. Perché se L’Aquila è “capitale del perdono”, allora deve esserlo anche quando la vita si complica: nei conflitti sociali, nella durezza delle periferie, nelle ferite della ricostruzione che non è mai soltanto cemento. «C’è tanto bisogno di questo seme nel mondo in cui ci troviamo». Seme: non medaglia. Qualcosa che cresce, chiede cura, pretende coerenza. Ecco perché, nel giorno dell’inaugurazione, il richiamo a Celestino V non suona come un omaggio “locale” ma come una scelta di prospettiva: mettere al centro ciò che L’Aquila può offrire al Paese, e non soltanto ciò che il Paese può concedere all’Aquila. La Perdonanza, «assai più di un rito che si ripete», diventa ponte tra storia e contemporaneità, tra identità e missione. E se il Presidente la richiama con parole precise (“gesto rivoluzionario”, “scardinando ogni privilegio”, “segno universale”), allora questo riconoscimento non è un fiore all’occhiello: è un promemoria. Il perdono di Celestino non è un capitolo chiuso, ma un dogma. Un'utopia? Forse. Ma è l'unica strada: il Perdono come anticamera della Pace. Dall'Aquila, per il mondo.

