LFoundry, cassa integrazione per Covid

I vertici aziendali pronti a ricorrere ancora agli ammortizzatori. I sindacati dissentono: «Una richiesta paradossale»
AVEZZANO. LFoundry si prepara a ricorrere a una seconda cassa integrazione per Covid-19, ma le organizzazioni sindacali dicono no e proclamano lo stato d’agitazione. È da poco partita la fase due nell’azienda più grande del territorio e già si pensa di far ricorso di nuovo agli ammortizzatori sociali. I vertici del sito del nucleo industriale della città sarebbero pronti a chiedere altre cinque settimane di cassa integrazione – messe a disposizione dal decreto Cura Italia – per gestire la fabbrica. I 1.500 dipendenti, che già hanno affrontato un periodo di cassa e due anni di contratti di solidarietà, non sono d’accordo e per questo le organizzazioni sindacali hanno proclamato lo stato di agitazione. «La cassa integrazione Covid-19 nasce per permettere il rallentamento, se non la chiusura, delle attività produttive, consentendo la realizzazione della misura del distanziamento sociale», hanno commentato i rappresentanti sindacali di stabilimento. «Utilizzi diversi sono da ritenersi impropri. Utilizzare ulteriore cassa Covid è incompatibile con un pieno impiego della linea produttiva e non può vedere il coinvolgimento di quelli che già si trovano fuori dallo stabilimento per via di altri provvedimenti smart-working», hanno precisato le Rsu di stabilimento. «Singolare, anzi paradossale, il fenomeno per il quale quando scende la produzione scende anche il supporto, ma quando la produzione sale il supporto scende ugualmente. La parziale disponibilità del sistema di servizi alle famiglie, come l’assistenza agli anziani e la gestione dei bambini, impone a molti di supplire a queste carenze con la propria presenza».
Un nuovo scontro, quindi, nell’azienda dove si producono memorie volatili che a breve dovrà riorganizzare il lavoro alla luce dei nuovi ammortizzatori sociali.
«In questo contesto si inserisce la proposta sindacale», hanno concluso le Rsu, «rallentare la linea consentendo una migliore e più flessibile gestione di ferie, permessi, congedi e cassa così da lavorare con una linea non al 100 per cento della capacità evitando picchi violenti in alto e in basso e contestualmente tornare al 100 per cento di smart-working. Il “recupero” delle giornate di contratti di solidarietà, magari da sostituire con cassa Covid-19, non è da prendere in considerazione, soprattutto se sbilanciato in nome di non si sa quale principio. Cominciamo, invece, a parlare seriamente dei piani di sviluppo e delle annunciate assunzioni necessarie al completamento del quadro di competenze da affiancare a quelle già presenti in azienda».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

