L'intervista a Homayoun Effati: «Liberate il mio Iran: assurdo massacro anche negli ospedali»

Parla il medico aquilano che da 35 anni vive in Abruzzo. Sua la lettera al governo italiano per sollecitare reazioni
L’AQUILA. «Ho un sogno: un Iran libero. Un Iran in cui nessuno venga ucciso per aver chiesto diritti e nessun medico venga punito per aver salvato una vita». La voce fioca, spezzata. Assume i contorni di un dolore sordo. Rigira le foto tra le mani Homayoun Effati, medico iraniano laureato all’Aquila, dove ha scelto di costruire il suo futuro: l’interminabile fila di sacchi neri custodisce i cadaveri dei ribelli. Una madre stringe in un ultimo abbraccio il corpo inerme del figlio. È l’inferno in terra: si bruciano le bandiere dell’Iran, vanno a fuoco le immagini della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. Donne e uomini riempiono le piazze al grido di libertà, giustizia, vita. La protesta dilaga, mutuata in massacro comune con il regime che sfoga, mitragliatori e fucili alla mano, la rabbia sui manifestanti. L’ordine è preciso: eliminare, reprimere, silenziare. Troppo, per Homayoun Effati, medico che della sua professione ha fatto un credo. Ora, osserva da lontano la sua terra in fiamme: «Curare non è un crimine», dice.
È una lettera carica di dolore, dignità e senso di responsabilità quella inviata alle istituzioni italiane da Effati, che ha lavorato anche nel supercarcere di Sulmona. Da 37 anni è in Italia, ma non ha mai reciso il legame con Teheran, dove è nato. In una lunga lettera al ministro della Salute, Orazio Schillaci, e ai presidenti degli Ordini dei medici italiani, Homayoun traccia il profilo netto di una repressione che non colpisce solo i manifestanti. Nelle foto che ci mostra c’è l’orrore della quotidianità: medici e infermieri arrestati, torturati e uccisi negli ospedali dalle milizie iraniane, i Pasdaran, perché “colpevoli” di aver curato i ribelli. Nelle sue parole scorre, fluida, l’angoscia per quanto sta accadendo. La sua lettera è un appello accorato.
Dottore, ha avuto un bel coraggio a uscire allo scoperto in un momento così delicato...
«Non potevo restare fermo a guardare l’orrore che si sta consumando. Medici e infermieri perseguitati per aver fatto ciò che costituisce l’essenza stessa della professione: salvare vite».
Perché ha deciso di chiamare in causa il Governo italiano?
«Perché rompa il silenzio e assuma una posizione chiara a difesa dei diritti umani e della libertà, in nome di quei valori che dovrebbero essere universali e non negoziabili».
Nelle sue parole si legge una profonda angoscia, accompagnata da un senso di responsabilità morale e professionale.
«È ciò che mi ha spinto ad agire, per chiedere un atto chiaro e ufficiale di vicinanza e sostegno al popolo iraniano, oggi vittima di una repressione sanguinaria da parte di un regime privo di scrupoli. In Iran uomini e donne, giovani e anziani, scendono in strada inermi e pacifici, chiedendo ciò che dovrebbe essere garantito a ogni essere umano dal primo giorno di vita. Chiedono il diritto alla vita, alla salute, all’istruzione, alla cultura. Chiedono, solo, dignità umana».
E il regime come sta rispondendo?
«Con le armi, il sangue. Il mio popolo vuole solo opporsi pacificamente e senza paura al potere. Ha il diritto di non subire torture, violenze, umiliazioni o trattamenti degradanti. Deve essere riconosciuto il diritto all’identità personale, alla difesa, a un giusto processo. La libertà personale, di pensiero, di coscienza e di religione viene annientata, come la libertà di esprimere un’opinione senza essere puniti».
Lei parla di progetti di vita cancellati. Perché?
«Ma come perché? Guardate i morti per strada, proviamo insieme a fare un conta. I manifestanti invocano l’uguaglianza senza discriminazioni, la protezione contro l’arbitrio dello Stato. In una parola sola, chiedono ciò che dovrebbe essere ovvio: il diritto ad avere tutti i diritti».
Richieste legittime e universali?
«Sì, certo. Ma la risposta è la violenza. Non solo uccidendo i manifestanti, ma colpendo deliberatamente il personale sanitario: medici, infermieri, soccorritori che si sono macchiati di un’unica colpa: aver prestato assistenza ai feriti».
Ma è un abominio...
«Curare, in Iran, è diventato un crimine. Salvare una vita è diventato motivo di persecuzione. Come medico, prima ancora che come cittadino ed essere umano, non posso tacere».
È per questo che ha deciso di parlare?
«La nostra professione si fonda sul principio della tutela della vita e della salute, senza distinzione di ideologia, religione o appartenenza politica. Per un medico, curare non è un atto politico, bensì un dovere umano e professionale. Quando i medici vengono incarcerati, torturati o uccisi per aver fatto il proprio dovere, è l’intera comunità medica internazionale a essere ferita».
Cosa ha chiesto al Governo?
«Di esprimere pubblicamente la propria vicinanza al popolo iraniano e al personale sanitario perseguitato e di assumere una posizione ferma e coerente con i valori costituzionali di libertà, dignità e tutela dei diritti umani. Ho anche chiesto alle Rappresentanze diplomatiche italiane in Iran un gesto forte di protesta».
Di fronte alle scene che mi ha mostrato, qualche volta, ha pianto?
«Spesso. Piango i miei connazionali caduti, i colleghi medici che hanno perso la vita per aver curato. Ma non rinuncio alla speranza».
Però ha scelto l’Italia per vivere e metter su famiglia.
«Sono arrivato in Abruzzo giovanissimo, nel 1989. Ho studiato alla facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università dell’Aquila e mi sono specializzato in medicina del lavoro ed estetica. Sono venuto per studiare con un visto di studio dall’Ambasciata d’Italia a Teheran. Poi ho trovato l’amore: mia moglie Roberta è aquilana e abbiamo un figlio di 11 anni, Davide, nato e cresciuto qui».
Non ha paura di esporsi, di ritorsioni?
«Il mio popolo sta facendo molto di più. Tutti i giorni, rischiando la vita. L’intento è sensibilizzare alla questione Iran e dare un sostegno concreto. Chiedo al ministro Schillaci un impegno concreto: non è accettabile il massacro di personale medico e paramedico che sta solo cercando di fare il proprio lavoro e guarire i feriti».
Lo dice da medico?
«E da uomo. Ogni medico, che sia ebreo, musulmano, cristiano, ha il dovere di curare le persone. Se non viene concesso, si chiama oppressione».
Quanti medici sono stati uccisi finora in Iran?
«Il numero ufficioso dei morti ha superato i 30mila. Sul personale sanitario non abbiamo una stima perché internet è ancora bloccato. Avere piena contezza del disastro è impossibile».
In Iran ha la sua famiglia?
«Ho lì una sorella, ma non ho più comunicazioni dirette con lei. Ci siamo sentiti diversi giorni fa, per 20 secondi. Mi voleva parlare della situazione, ma ho buttato giù il telefono perché per lei è pericolosissimo».
Ci sta dicendo che anche le reti telefoniche sono controllate dai guardiani del regime?
«I Pasdaran controllano tutto: sono stati riconosciuti, dalla maggior parte dei Paesi occidentale, come un gruppo terroristico. Quello che stanno perpetrando è un massacro senza precedenti».
Com’è la situazione in Iran?
«Tragica, a dir poco. È in atto un genocidio, da parte del regime, nella peggior forma. Paragonabile a quello che ha fatto Hitler. Eppure molti Paesi occidentali restano ancora in silenzio».
A chi si riferisce?
«Alla mia Italia, per esempio. Anche per questo ho sollecitato l’intervento del ministro della Salute, Schillaci. Serve una presa di posizione forte. In Iran non c’è libertà: è in atto un massacro che lede i diritti umani, che vengono calpestati, e annienta la popolazione. Chiediamo che tutti gli Stati europei riconoscano questo regime come dittatoriale. Un regime che sta ignorando tutti i diritti umani».
Nella lettera ha avanzato precise richieste: ce le illustra?
«All’Italia chiedo di richiamare i rappresenti diplomatici dall’Iran e di mandar via i rappresentanti iraniani dalle nostre ambasciate. Sarebbe come non riconoscere più lo Stato iraniano che da 47 anni è sotto un regime dittatoriale».
Il governo dell’ayatollah Ali Khamenei non lo definisce tale...
«Da da quando è salito al potere ha instaurato un regime dittatoriale. Lui lo chiama democratico islamico: in realtà è un regime fanatico- dittatoriale islamico. I miei connazionali vanno davanti al fucile, accettano il rischio di morire per la libertà perché più nero di questa mezzanotte di buio totale non ce n’è».
Ci spieghi: cosa ha fatto scattare, dopo quasi mezzo secolo di dittatura, questo movimento di popolo?
«Un’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso. La protesta è, soprattutto, nelle mani dei giovani che stanno manifestando. È troppo triste, è un dramma enorme non solo per l’Iran, ma per il mondo intero».
Non vede questo problema come circoscritto?
«Guardi, le dico una cosa. La comunità musulmana ha inscenato un corteo di protesta a Londra. Ci sono stati tafferugli, feriti. Ed è solo uno dei tanti episodi che potrei elencarle. Quello che sta accadendo non è un pericolo solo per l’Iran».
Teme un’escalation?
«I diritti umani sono internazionali. Il silenzio colpevole dell’Occidente lo rende complice di questi delitti. Ma c’è un rischio anche per l’Europa, se qualcuno non se ne fosse accorto. Un rischio da evidente negli anni precedenti, che si sta allargando a macchia d'olio».
Parla del terrorismo internazionale?
«Anche in Europa ci sono fanatici religiosi capaci di qualsiasi cosa, di piazzare bombe o farsi saltare in aria. Abbiamo già assistito a numerosi atti di terrorismo, ma l’odio e la violenza prenderanno nuove forme».
Anche in Europa?
«Soprattutto. Il governo iraniano finanzia tutti i terroristi: ci sono una marea di gruppi attivi... L’Iran è tra i Paesi più ricchi del mondo e ci sono 11 milioni di iraniani che vivono all’estero, di cui 8 milioni hanno una laurea. Persone valide, che rivestono incarichi importanti, professionisti. Oltre 50mila medici iraniani lavorano in Germania, solo per intenderci. Sono numeri ufficiali, che disegnano una realtà diversa da quella che il regime vuole far passare».
Si, ma in Iran si continua a morire.
«La situazione lì si fa di giorno in giorno più drammatica e fragile. I dimostranti sono in strada a gridare la loro rabbia concreta, non ideologica, dettata dall’istinto di sopravvivenza. Dalla voglia di riacquistare la libertà perduta».
La risposta dei Pasdaran è il fuoco: quanto ancora potranno resistere i manifestanti?
«Le vittime sono migliaia, molte hanno meno di trent’anni. È una carneficina, ma la protesta non si fermerà. È un grido di dolore che pervade il mondo. I massacri vengono compiuti su diretto ordine di Ali Khamenei. Se questi sono i numeri dei dimostranti assassinati, possiamo solo immaginare quanti siano i feriti».
Il blocco internet imposto dal regime serve a non far filtrare le notizie?
«Esattamente. Nessuno deve vedere e sapere cosa sta realmente accadendo: è un modo per isolare i manifestanti, ma il movimento di protesta non si fermerà. È ampio, coinvolge tutte le regioni, anche quelle a maggioranza azera o curda e ogni ceto sociale».
Cosa vorrebbe dire, in questo momento, al popolo iraniano?
«Che saremo al loro fianco. Faremo di tutto per supportare la battaglia che stanno facendo senza armi, inermi davanti ai proiettili. A rischio della loro vita. Saremo la loro voce, il loro pensiero».
Lei ha detto di essere un pacifista.
«Lo sono, fino in fondo. Non sono per la violenza. Ma mi faccia dire una cosa: muoiono oltre 30mila iraniani per la libertà e nessuno ne parla. Muore una persona in America e ne parla tutto il mondo».
Noi ne stiamo parlando...
«E fate bene. Le proteste hanno raggiunto una scala drammatica, con migliaia di morti in tutto il Paese e una durissima repressione da parte delle forze di sicurezza israeliane. Tutto questo non può essere sottaciuto. Le manifestazioni spontanee hanno preso il via il 28 dicembre scorso: sono il culmine di una crisi che dura da anni a che sta soffocando la popolazione iraniana sotto il peso del regime».
Ci aiuti a capire meglio.
«Il regime degli Ayatollah si è instaurato nel 1979 al termine della rivoluzione islamica, quando fu rovesciata la monarchia dello scià Pahlavi. L’Iran è diventata, così, una teocrazia, quella che conosciamo ancora oggi».
Se dovesse individuare dei simboli della negazione della libertà in Iran?
«L’obbligo del velo per le donne, la Polizia morale e un sistema strutturato per la censura e la repressione».
È con la protesta che sono iniziate le uccisioni di massa?
«Parliamo anche di sterminio. È il termine giusto da usare. Testimoni oculari raccontano le repressioni che si stanno consumando in Iran e, poi, c’è la tragedia dei cadaveri: si fanno collette per ottenerne la restituzione dagli ospedali e per seppellire, in modo dignitoso, i propri cari. Ogni strada, ogni quartiere in Iran, oggi, è in lutto».
Lei ha richiamato al proprio dovere la Comunità internazionale: ritiene non sia stato fatto abbastanza?
«La Comunità internazionale ha il dovere di condannare quanto sta avvenendo: per questo motivo noi iraniani all’estero chiediamo, a gran voce, un intervento a sostegno del popolo iraniano. È il senso della mia lettera, che ho inviato anche a tutti i presidenti degli Ordini dei medici perché prendano atto, e posizione, rispetto al massacro del personale sanitario in Iran».
Si aspetta una risposta?
«Me la auguro. Vogliamo essere la voce di chi, in Iran, voce non ne ha più e continuare a sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale e i popoli di tutti i Paesi europei perché comprendano la gravità di ciò che sta accadendo».
Con sua sorella preferisce non parlare per proteggere la sua sicurezza. Ha altri contatti in Iran?
«Le notizie filtrano poco e male. Ma lì si sta vivendo l’inferno in terra: le forza armate del regime sparano sulla folla con mitragliatrici pesanti e i cecchini mirano direttamente alla testa dei manifestanti. Guardi queste foto».
Qual è la sua più grande preoccupazione?
«Vivo con il pensiero fisso al mio Paese. Circolano voci terribili: si parla di 20-23mila persone uccise in soli 3-4 giorni. È qualcosa di disumano, difficile da immaginare. Va oltre ogni comprensione. Hanno staccato internet, la luce e l’acqua in molte zone. Non c’è comunicazione: l’unica certezza è che si sta consumando un massacro di proporzioni enormi. Questo e' al di fuori di ogni coscienza umana, di qualunque concetto di diritto umano».
Quando vede le immagini dei suoi colleghi medici uccisi cosa prova?
«Un senso di impotenza, ma anche la voglia di continuare a lottare. Per loro, per la liberazione dell'Iran dal regime. Tra le migliaia di arresti ci sono proprio i medici che hanno soccorso i manifestanti. Decine di migliaia di feriti sono negli ospedali o restano nascosti in casa per il timore di essere arrestati».
Se fossi lì cosa farebbe?
«Quello che stanno facendo tutti i medici iraniani. Soccorrere i feriti, aiutare i manifestanti. Tendere una mano a chi ha bisogno e sta vivendo un incubo: l’Iran è un Paese in fiamme, stretto nella morsa della repressione che non lascia scampo. Le famiglie dei caduti sono costrette a versare somme esorbitanti per avere indietro le spoglie dei propri cari».
Cosa si aspetta dall’Unione europea?
«Un primo grande passo è stato compiuto: il riconoscimento da parte dell’Ue dei pasdaran come terroristi».
E dagli Stati Uniti di Trump?
«Una reale applicazione dei principi dell'R2P (Responsabilità di proteggere, un principio di diritto internazionale, adottato dall’Onu nel 2005, ndc). Un’azione decisa e forte, diretta alla rimozione definitiva dell’attuale regime, una pressione concreta che passa anche dall’espulsione del personale diplomatico iraniano e dalla pretesa di liberare, immediatamente, i prigionieri politici. Mi aspetto un appoggio reale a Reza Palavi quale figura di riferimento per un democratico governo di transizione».
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