Magistrati-politici, alta tensione all’apertura dell’anno giudiziario

Carbone (Csm) a testa bassa contro la riforma Nordio. Sigismondi e Verrecchia lasciano l’aula
L’AQUILA. C’è stato un momento ieri all’Aquila, durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2026, nel quale lo scontro fra politica e magistratura sulla riforma (costituzionale) della giustizia si è materializzato in un’immagine “plastica”. Il presidente vicario della Corte di Appello Fabrizio Riga subito dopo aver letto la sua relazione ha dato la parola a Ernesto Carbone, avvocato, ex parlamentare di centrosinistra e oggi componente del Consiglio superiore della magistratura (Csm). Carbone ha esordito: «Oggi avrei voluto parlarvi del lavoro fatto in questi ultimi mesi dal Csm e in particolare dalla Commissione competente per gli incarichi direttivi e semidirettivi che presiedo, e invece devo parlarvi della riforma Nordio sulla giustizia per la quale fra 50 giorni gli italiani saranno chiamati a votare sì o no nel referendum costituzionale». A seguire Carbone ha dato vita a un discorso di una decina di minuti durante il quale ha criticato pesantemente i princìpi cardine della riforma: dal doppio Csm (uno per i pm e uno per i giudici), alla nuova commissione disciplinare, al sorteggio per i togati che faranno parte dei due Csm. Più o meno a metà dell’intervento di Carbone, Etel Sigismondi senatore di Fratelli d’Italia e Massimo Verrecchia capogruppo in Regione di Fratelli d’Italia, che erano seduti in prima fila a fianco del parlamentare del Pd Luciano D’Alfonso, si sono alzati e hanno abbandonato l’aula magna. Sono rientrati solo quando Carbone ha finito di parlare. Alla fine della cerimonia Sigismondi e Verrecchia hanno confermato che si è trattato di un gesto simbolico, ma politicamente forte. «Non avevamo alcuna intenzione di stare ad ascoltare quel comizietto» ha sottolineato il senatore di Fratelli d’Italia. Gli avvocati (in gran parte favorevoli alla riforma) che hanno parlato dopo Carbone in rappresentanza di Ordini e organismi di categoria, hanno mantenuto un atteggiamento “tranquillo”. Solo l’avvocato Federico Squartecchia, presidente del consiglio degli Ordini forensi d’Abruzzo, alla fine del suo intervento, ha fatto notare che le parole di Carbone «sono state poco opportune tenuto conto del contesto in cui sono state pronunciate». A memoria di cronista mai cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario è stata snobbata dalla politica come quella di ieri. Non c’era il sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi (che si è fatto sostituire dal vice Raffaele Daniele preferendo partecipare alla posa della prima pietra di un campo sportivo), non c’era il presidente della giunta regionale Marco Marsilio, mancavano diversi parlamentari del territorio. Inoltre, anche se per motivi chiaramente diversi, non c’era l’arcivescovo dell’Aquila, monsignor Antonio D’Angelo. In compenso ci sono stati ben 14 interventi che hanno fatto durare la cerimonia più di tre ore. Il tema della riforma costituzionale non poteva mancare nella relazione del presidente vicario della Corte d’Appello Fabrizio Riga. «È auspicabile» ha detto il presidente «che la partecipazione alla consultazione popolare sia la più ampia possibile e che il voto sia espressione di un’opinione informata e consapevole. Mi rassicura, nell’impianto della riforma, la piena conferma dell’autonomia e indipendenza della magistratura, preoccupa invece il rischio che il pubblico ministero perda la cultura della giurisdizione, cessando di essere parte imparziale. È una parte in quanto è quello il suo ruolo in un processo di tipo accusatorio, è imparziale perché espressione di una pubblica funzione e non di interessi privati». Al di là dei toni garbati, è emerso chiaramente la contrarietà del dottor Riga all’impianto della riforma. A giudicare dalla maggiore o minore intensità degli applausi la gran parte dei presenti nell’aula magna (molti magistrati) sono sembrati per il no alla legge costituzionale. In caso di vittoria del sì il presidente vicario della Corte d’Appello ha auspicato che «la legge ordinaria, nel disciplinare la procedura di formazione del bacino a cui attingere per la scelta dei componenti togati, sappia individuare soluzioni che, senza alimentare il nefasto fenomeno del correntismo, assicurino alla magistratura, così come previsto per qualunque altra categoria professionale, il diritto di elettorato attivo e passivo e scongiurino il rischio di scegliere magistrati che non abbiano alcuna attitudine a ricoprire tale ruolo». Riga ha fatto pure un po’ di autocritica. «Il dibattito che accompagna la campagna referendaria in corso» ha sottolineato «deve indurci a fare qualche riflessione e a chiederci, in primo luogo, se e in quale misura la magistratura sia riuscita, nel nuovo millennio, a conservare l’autorevolezza e la credibilità che aveva, a caro prezzo, conquistato nelle stagioni del terrorismo, delle stragi di mafia e di Tangentopoli». Un no sostanziale alla riforma è arrivato anche dal procuratore generale Alessandro Mancini il quale si è augurato «che non ci sia un ridimensionamento della figura del pm rispetto al potere esecutivo».
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