Monticchio sconta i ritardi Lavori a tre aggregati su 30

La frazione limitrofa a Onna ha ancora la chiesa nel container post-sisma Il Centro polifunzionale realizzato coi proventi della solidarietà è abbandonato
MONTICCHIO. Ci sono due immagini che spiegano tutto o quasi di quello che da 10 anni a questa parte è accaduto a Monticchio, frazione di circa mille abitanti a meno di 10 minuti di macchina dal capoluogo. La prima è un container che ospita la chiesa. D’inverno si gela e d’estate si fa la sauna. È l’unico paese che non ha un edificio sacro con requisiti minimi di vivibilità e dignità. La seconda è la Parrocchiale, quella storica. È il classico esempio di come a volte la ricostruzione sia la palestra di “bizzarri” pensatori che si alleano con “perfetti” burocrati, di quelli che hanno sempre la giustificazione per tardare e rinviare ogni cosa (e spesso per non prendersi responsabilità). Il luogo di culto dedicato a San Nicola è stato tecnicamente messo in sicurezza. La facciata è di un bianco abbagliante, il tetto messo a posto, l’interno più o meno risistemato. Il progetto ha però “dimenticato” la casa canonica e i locali che prima del sisma erano la sede della Congregazione della Madonna Addolorata e che ora sono un magazzino in cui sono stati affastellati arredi sacri e macerie provocate dal distacco degli intonaci. Le ultime notizie dicono che è stato finalmente nominato il rup, termine orribile ma che all’Aquila ormai conoscono anche i bambini. Si tratta del responsabile unico del procedimento, una sorta di mago Merlino che con la bacchetta magica dovrebbe risolvere ogni questione relativa ai lavori pubblici. Ma di immagine ce n’è anche una terza: è il cosiddetto centro polifunzionale costruito dopo il terremoto a un chilometro circa dal paese dietro alle case popolari, ai Map e a nuove abitazioni che già ante-sisma caratterizzavano il borgo. Quella struttura, bella, comoda e funzionale fu realizzata coi soldi della solidarietà degli italiani. Oggi rappresenta l’esempio della brutta fine che prima o poi faranno donazioni generose nate sull’onda dell’emozione. Questo sarebbe un altro tour che gli “architetti” del Decennale potrebbero inserire nel programma: visita alle strutture donate, inaugurate (anche più volte) e abbandonate. Ma nessuno lo farà perché la parola d’ordine è far vedere il tappeto colorato e disinfestato, la polvere meglio infilarla sotto. Monticchio è a un chilometro in linea d’aria da Onna. Lì distruzione totale, qui pochissimi crolli. All’epoca la cosa sembrò strana. Gli esperti spiegarono che il motivo era da ricercare nella natura del terreno, più sensibile all’onda d’urto quello di Onna più resistente l’altro. Ma anche a Monticchio i danni ci furono eccome. Dopo 10 anni gru e cantieri si sono visti al di fuori del centro storico ma all’interno i dati sono sconfortanti. «Su oltre 30 aggregati totali», dice Massimo De Simone, presidente del centro anziani, «i lavori sono in corso in 3 o 4». Dopo un decennio è praticamente il nulla. Roba da vergognarsi. Il paese è incerottato, vuoto e silenzioso. Ma Monticchio però non è un paese fantasma, tutt’altro. L’Aquila è a un tiro di schioppo, qui gente ne gira, ci sono due bar, un teatro, un’area sport, locali ricreativi. Tutti gestiti da privati che continuano a credere alle potenzialità di quest’area a ridosso dell’Aterno e a fianco del Nucleo industriale. E poi c’è una pista ciclabile (che di ciclabile ha solo il nome visto che ci passano un po’ tutti) che penetra fra prati e boscaglia. Non mancano storia, tradizioni legate alle feste patronali, prodotti della terra che da qualche anno vengono valorizzati anche grazie alla sagra del fagiolo. Monticchio è la patria di Andrea Bafile, l’eroe della 1ª Guerra mondiale e del Beato Timoteo, francescano del XV secolo. Il Beato Timoteo morì nel convento di Sant’Angelo d’Ocre e lì, ogni anno, i monticchiesi si recano in processione per rendergli omaggio. Ci si arriva grazie a un piccolo sentiero che in alcuni punti presenta delle difficoltà. Ma quel sentiero potrebbe essere la “traccia” per cominciare a valorizzare un’area protetta (è sito di interesse comunitario) che va sotto il nome di doline di Ocre. Ci sono soldi e progetti (d’intesa fra i Comuni di Ocre e dell’Aquila) per valorizzare le doline (sorta di conche chiuse) e farne un punto di attrattività turistica che non ha nulla da invidiare a località abruzzesi più “titolate”. Ma la parola magica “turismo” è vuota se intorno non si creano le condizioni per parlarne in maniera concreta e fattiva. «Innanzitutto bisogna accelerare la ricostruzione», dice Massimo Scimia, consigliere territoriale, «ma questo deve avvenire coinvolgendo la popolazione e pensando anche a un ridisegno urbanistico, alle infrastrutture, ai servizi perché Monticchio non è solo ciò che si vede passando sulla provinciale, ma ha piazzette e vicoli con splendidi selciati in pietra bianca, scorci con fontane pubbliche che andrebbero valorizzati per rendere il borgo, nel prossimo futuro, “attrattivo” in modo da non disperdere il patrimonio storico/immobiliare che si andrà a recuperare». La viabilità qui è la prima urgenza. C’è innanzitutto da evitare che i mezzi pesanti continuino ad attraversare l’abitato. Oggi sono costretti a infilarsi in una strettoia che crea intoppi e soprattutto pericoli per la popolazione. C’è una proposta (pezzo in basso) che sarà portata all’attenzione della Provincia. Ma l’elenco delle cose da fare è lungo: manutenzione stradale, eliminazione del ponteggio che restringe la carreggiata sulla via per Fossa, riqualificazione di piazza del Monumento, nuovo parco giochi, attivazione del depuratore in via Onna (gli scarichi finiscono nei terreni), maggior cura del cimitero. E si potrebbe continuare. La gente qui resiste e come un po’ ovunque cerca ascolto e attende risposte. Che tardano ad arrivare.
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