il rapimento

Narcos in fuga da Sulmona, una taglia da 200mila euro

8 Maggio 2026

Un ex socio del crimine aveva promesso i soldi a un albanese per rintracciarlo

SULMONA

Duecentomila euro per trovare Massimiliano Le Donne. La taglia pendeva sulla testa del narcos sulmonese, oggi 43 anni, detto Il paesano, perché una banda criminale di Roma lo accusava di essersi preso almeno 170.000 euro destinati all’acquisto di una partita di hashish. Le Donne avrebbe dovuto fare da intermediario. In un albergo di Barcellona, secondo le carte della Direzione distrettuale antimafia di Roma, quel denaro sparisce. Da quel momento diventa il bersaglio dei suoi stessi interlocutori.

La merce attesa è pesante: 70 chili di hashish che non arrivano mai in Italia. Il denaro, per chi lo aveva affidato al sulmonese, deve tornare indietro. Subito. La rete romana, indicata dagli investigatori come vicina al clan Senese, reagisce come reagiscono i gruppi che vivono di droga e intimidazione: cerca Le Donne, prova a chiudergli ogni via di fuga, alza il prezzo della caccia. L’inchiesta dei pm romani, sfociata due giorni fa in 18 arresti, mette in fila traffici di stupefacenti, tentati omicidi e un sequestro di persona a scopo di estorsione.

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Il primo colpo non raggiunge Massimiliano, che in quel momento è latitante. Raggiunge suo padre Alfredo. È febbraio 2021. Secondo l’accusa, l’uomo viene attirato con un tranello e portato in due appartamenti vicino a Carsoli. Resta lì per due giorni, legato, sotto la minaccia delle pistole. Per gli investigatori è il modo scelto dalla banda per parlare al figlio assente, per trasformare un genitore in messaggio, per costringerlo a restituire i soldi spariti a Barcellona.

La pressione corre anche sui telefoni criptati. Pochi giorni dopo, Manuel Grillà, detto Neymar, parla con Giuliano Cappoli, detto Maverick. Cappoli è a Rebibbia, detenuto, ma la conversazione descritta negli atti ha il passo di una riunione operativa. Grillà racconta chi si sta muovendo, chi può servire, chi può arrivare al latitante. Il nome di Le Donne gira tra Roma, Belgio e Spagna. La caccia non è più solo una ritorsione: diventa un incarico, con un prezzo scritto.

Il passaggio è nelle carte: Grillà «riferisce di aver incaricato più persone per la ricerca di Massimiliano Le Donne, tra cui anche un tale Tony di Anversa, precisando pure di aver promesso a un albanese stanziato a Barcellona la somma di 200.000 euro qualora fosse riuscito a rintracciarlo». La taglia entra così nell’inchiesta: non come voce, ma come contenuto di una conversazione ricostruita dagli investigatori. Duecentomila euro per un uomo che, secondo il gruppo, aveva fatto sparire una somma poco più bassa. Il conto, in quella logica, comprende anche l’affronto.

Cappoli non resta fermo. Dice di poter usare un compagno di cella per attivare Antonio Gala, detto il Matto, napoletano allora latitante. Il ragionamento attribuito a Maverick è pratico: Gala ha vissuto a lungo a Barcellona, conosce persone sul posto, potrebbe aprire un’altra pista. Cappoli chiede anche se siano stati individuati altri responsabili della sottrazione del denaro, oltre a Le Donne e ad alcuni albanesi. Uno di loro, pochi giorni dopo, viene accoltellato in Spagna per vendetta.

La mappa si allarga, ma non dà risultati. Tony di Anversa resta un contatto da spendere. L’albanese a Barcellona è il possibile cacciatore da ricompensare. Gala è il nome che dovrebbe portare dentro altri ambienti. Intorno a Le Donne si muovono promesse, minacce, favori, conoscenze di strada. Nessuno però arriva a lui. La banda lo cerca, non lo trova. Lo trova invece la polizia spagnola, sulla base delle informazioni raccolte dalla Guardia di finanza di Sulmona.

Settembre 2022, Marbella. Massimiliano Le Donne viene catturato dopo tre anni di latitanza. Era sparito per evitare un’operazione nata dal sequestro, a Sulmona, di un chilo di cocaina e 13 chili di hashish trovati nel garage di un condominio di via della Stazione. Quella vicenda appartiene a un altro segmento della sua storia giudiziaria. La nuova inchiesta lo colloca invece nella partita dei 70 chili mai arrivati e dei 170.000 euro contestati. Oggi Le Donne è libero e resta indagato in questa ricostruzione.

Nella sua storia compare anche un precedente che torna utile a capire il lessico e l’immaginario che riaffiorano negli atti. Quattordici anni fa, Le Donne era stato arrestato nell’operazione Piccolo Colosseo. Gli inquirenti descrivevano un gruppo radicato a Sulmona e nel comprensorio peligno, attivo nello spaccio di cocaina, hashish e marijuana, capace di usare forza, armi ed estorsioni per recuperare i soldi della droga venduta e non pagata. Una realtà che puntava a fare un salto organizzativo più stabile. Quel gruppo guardava alla Banda della Magliana e a Romanzo Criminale come a un repertorio di nomi, pose, soprannomi. Li spendeva anche su Facebook, li usava per darsi un’identità e una gerarchia.

Anni dopo, lo stesso immaginario ricompare dall’altra parte della storia. Le Donne non è più il giovane arrestato in un’indagine su un gruppo che si specchiava nei personaggi della mala capitolina. È l’uomo cercato da una rete che vuole fargli pagare uno sgarro e usa suo padre per arrivare a lui.

I messaggi inviati dai carcerieri a Massimiliano servono a piegarlo. Uno, in particolare, porta dentro il riferimento più esplicito: «Fa la fine del Barone Rosellini, sei ancora a tempo a salvare tuo padre». Il Barone Rosellini è il possidente romano sequestrato e ucciso dal Libanese in Romanzo Criminale. Nella finzione era un simbolo di ferocia. Nelle carte dell’Antimafia diventa una frase mandata a un figlio mentre suo padre è prigioniero.

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