Natale e Vitocco, omicidi senza colpevoli

10 Settembre 2020

Ritrovato il fascicolo con la storia delle vittime del blitz tedesco nascosto per 70 anni in un armadietto del tribunale dell’Aquila

L’AQUILA. Il 12 settembre del 1943 fra Assergi e Campo Imperatore si verificò uno degli episodi più noti della Seconda Guerra mondiale: la liberazione di Benito Mussolini – su ordine di Adolf Hitler – dalla “prigione più alta del mondo” e cioè l’albergo sul Gran Sasso, oggi chiuso e in attesa di ristrutturazione.
LA VICENDA
Di quell’episodio ormai si sa quasi tutto anche grazie a studi recenti fra i quali quelli di due storici, Walter Cavalieri (autore di “L’Aquila in guerra”) e Marco Patricelli che con “Liberate il Duce! La vera storia dell’Operazione Quercia” (Mondadori 2012) ha sviscerato ogni aspetto di una vicenda che ha presentato sin da subito aspetti controversi, il primo dei quali è perché i carabinieri di guardia al Duce non si opposero in nessun modo ai tedeschi. Patricelli è stato l’unico storico che è riuscito a parlare con il maggiore Harald-Otto Mors, uno dei protagonisti dell’operazione Quercia che però fu messo in ombra dalla propaganda tedesca che valorizzò altri presunti protagonisti di quel giorno (e in particolare il capitano delle SS Otto Skorzeny).
LA STORIA NELLA STORIA
Sia Patricelli che Cavalieri hanno avuto anche il merito di “riesumare” dalla polvere della storia un evento “collaterale” che avvenne ad Assergi nel primo pomeriggio del 12 settembre 1943. I tedeschi, infatti, per liberare Mussolini, attaccarono sia dall’aria (con gli alianti) che da terra salendo da Paganica, passando per Camarda per arrivare ad Assergi e Fonte Cerreto base della funivia. L’obiettivo dell’azione da terra era “blindare” tutta la zona impedendo a eventuali “rinforzi” italiani di arrivare a Campo Imperatore. Ad Assergi, sulla statale al chilometro 18, c’era un posto di blocco con una decina di carabinieri i quali, inizialmente, cercarono di impedire il passaggio degli uomini della Wehrmacht, fino a pochi giorni prima alleati e dall’8 settembre nemici, anche se gli ordini delle autorità italiane che seguirono l’armistizio con gli alleati erano talmente vaghi che in quei giorni nessuno sapeva bene come agire.
NATALE E VITOCCO
I militari dell’Arma provarono comunque a fare qualcosa, ma, secondo la ricostruzione più attendibile, i tedeschi diedero subito vita a una “fitta sparatoria con mitragliatrice”. I carabinieri, a quel punto, decisero di arrendersi (non c’era molto altro da fare, i tedeschi erano tanti e armati fino ai denti) ma uno di loro, Giovanni Natale, 41 anni, di Caserta, in servizio in quegli anni alla stazione di Sassa e distaccato momentaneamente ad Assergi, fu colpito e ucciso. In quel frangente la guardia forestale Pasquale Vitocco, di 39 anni, di Assergi, che poco prima si era recato nella zona della sparatoria per capire cosa stesse accadendo, fu colpito alle spalle mentre cercava di allontanarsi. Si è detto che i tedeschi pensarono che Vitocco stesse fuggendo per andare a chiamare rinforzi, molto più probabile che stesse solo cercando di raggiungere i suoi familiari per metterli al sicuro. La guardia forestale fu ferita gravemente e restò ad Assergi senza cure fino alle 22 del 12 settembre quando, come risulta dai certificati medici, fu portato al pronto soccorso dell’ospedale San Salvatore (vi giunse alle 23) dove morì alle 8 del mattino del 13 settembre 1943. Il forestale non fu soccorso subito perché le ambulanze quel pomeriggio furono tutte impegnate a trasportare in ospedale militari tedeschi feriti a Campo Imperatore mentre atterravano con gli alianti sul terreno accidentato. A Pasquale Vitocco e Giovanni Natale il 12 settembre del 2016, 73 anni dopo la loro morte, sono state intitolate le due stazioni della funivia, quella a monte e quella a valle. Per la loro uccisione nessuno è stato perseguito.

ARCHIVIAZIONE
PROVVISORIA
Finora si sapeva che nel 1998 la giustizia militare aveva disposto l’archiviazione del procedimento, essendo il reato estinto per prescrizione. L’inchiesta della Procura militare era stata aperta dopo il clamore seguito alla scoperta del cosiddetto “Armadio della vergogna”, oggetto di un’inchiesta, passata alla storia del giornalismo italiano, di Franco Giustolisi sull’Espresso. L’Armadio fu trovato nel 1994 in un locale della cancelleria della Procura militare a Palazzo Cesi-Gaddi a Roma. Vi erano contenuti fascicoli d’inchiesta riguardanti il periodo della Seconda Guerra mondiale. Ce n’erano 695 e nel Registro generale si contano 2274 notizie di reato raccolte dalla Procura generale del Tribunale supremo militare relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano fra il 1943 e il 1945 dai nazifascisti. Tutti i fascicoli avevano un timbro “Archiviazione provvisoria” (con data dei primi anni Sessanta del secolo scorso), dicitura che non esiste nel codice di procedura penale.
L’ARMADIETTO
DELLA VERGOGNA
Ma anche L’Aquila, purtroppo, ha il suo “Armadietto della vergogna”. Dopo il terremoto del 2009 alcuni faldoni fino ad allora conservati nell’archivio del tribunale sono stati conferiti all’Archivio di Stato. Uno di questi faldoni (che non è ancora consultabile) contiene una ventina di fascicoli su crimini di guerra commessi sul territorio aquilano fra il 1943 e il 1944. Le inchieste furono tutte chiuse con una sentenza della Sezione istruttoria. La formula è “non luogo a procedere per essere rimasti ignoti gli autori del reato”. La data è maggio 1951 ed ecco perché, non essendo ancora passati settant’anni, i fascicoli non si possono consultare. Ma basterà attendere otto mesi. Fra quei fascicoli c’è anche quello relativo al reato di “omicidio volontario” in persona di Pasquale Vitocco e Giovanni Natale a opera di “ignoti soldati tedeschi”.
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