«Nel carcere di Preturo gli ambulatori ci sono»

5 Febbraio 2024

L’AQUILA. «Non è vero che nel carcere aquilano non ci sono ambulatori medici». A replicare alla denuncia della Cgil Polizia penitenziaria e della Fp-Cgil, che nei giorni scorsi hanno sollecitato Asl...

L’AQUILA. «Non è vero che nel carcere aquilano non ci sono ambulatori medici». A replicare alla denuncia della Cgil Polizia penitenziaria e della Fp-Cgil, che nei giorni scorsi hanno sollecitato Asl e Regione a rendere funzionanti gli spazi già ristrutturati nei reparti occupati dai reclusi sottoposti al regime del 41 bis, è il medico di Medicina penitenziaria Giacomo Pio, che lavora all’interno della struttura.
«L’affermazione non corrisponde al vero, poiché io e tutti i miei colleghi e collaboratori sanitari garantiamo l’assistenza medica ai detenuti 24 ore al giorno, tutti i giorni, comprese le festività, operando in ambulatori medici ubicati in una zona dedicata esclusivamente all'assistenza sanitaria penitenziaria». Secondo Pio, «i cosiddetti ambulatori mancanti, richiamati dalla Cgil, sono invece locali paragonabili a celle di detenzione, più piccole e strette, adattate in qualche modo all’interno delle sezioni in cui i detenuti trascorrono la notte, mancanti di tutta la strumentazione clinica necessaria. È incomprensibile», sottolinea il medico, «considerando che la sanità penitenziaria rientra tra le competenze dell'Asl, in base a quale analisi il sindacato della polizia penitenziaria possa considerare la frammentazione di un ambulatorio completo in tante “celle-ambulatorio” come un “efficiente coordinamento delle attività mediche”, né tantomeno si comprende come ciò correli con una “migliore gestione dei tempi d’attesa per le visite specialistiche”. Tali parole, al contrario, mostrano come vi sia un’assoluta mancanza di contezza riguardo al funzionamento dei servizi sanitari nella casa circondariale, che con non poca gravità viene giudicato come insufficiente, se non addirittura inesistente».
Il dottor Pio aggiunge poi che si tratta «dell’ennesima grave mancanza di rispetto nei confronti della nostra professione. A causa di un vuoto normativo derivante dall’assenza di accordi regionali integrativi aggiornati (gli ultimi risalgono al 2006), i medici penitenziari vengono inquadrati come medici di continuità assistenziale, comunemente nota come guardia medica, nonostante svolgano un lavoro chiaramente diverso. Le istanze presentate all’assessorato alla Sanità per ottenere il pieno riconoscimento dei diritti e delle garanzie dell’accordo collettivo nazionale, nonché il riconoscimento dell’indennità penitenziaria non hanno mai ricevuto risposta».
In conclusione, il medico chiede che «Asl e Regione non permettano più che il nostro lavoro venga offeso, specie da chi non conosce il lavoro dei medici e dei sanitari, ma solo della categoria che rappresenta; ma soprattutto che ci si adoperi a tutelare e riconoscere ex lege l’eccezionalità del lavoro svolto nella sanità penitenziaria al più presto».