Pane e lacrime per le vittime aquilane

30 Agosto 2016

Commozione nella frazione di Montereale per l’addio a Giuseppe e Clementina, morti abbracciati nella casa di Amatrice

MONTEREALE. «Non ce la faccio. Lo sapevo, io, che non ci dovevo venire». Il pianto dirotto della piccola Alessia fa sciogliere anche i muri messi a dura prova, quassù, dalle scosse continue di questi giorni. Ad Aringo di Montereale, dove sorge il fiume Aterno, a due-tre curve dai paesi della morte – Amatrice dista 16 chilometri, Cornelle appena 7 – stamattina sono tutti in strada per salutare Clementina e Giuseppe, i nonni di Alessia.

CHI SONO. Clementina Di Giammarco e Giuseppe Porro (68 anni lei, originaria proprio di Aringo, 77 lui), sono marito e moglie. Li hanno trovati abbracciati nella loro casa di Amatrice, in via dei Tiratori, traversa di corso Umberto, la strada delle tante, troppe croci. Quella notte, quando è arrivata la scossa, non ce l’hanno fatta a mettersi in salvo. Lasciano quattro figli, uno dei quali ha fatto appena in tempo a salvarsi. Dalla morte sì, ma dal dolore no. Un dolore che tutta la frazione vuole condividere coi familiari. Così, quando il carro funebre proveniente dal Reatino prende l’ultima curva in discesa, e si ferma davanti ai giardinetti ben tenuti dell’Aringo Club, suona una campanella in lontananza. Eppure le chiese sono tutte chiuse. In un attimo si capisce che di lì a poco non ci sarà nessuna festa. Non oggi, no. E quelle immagini festose del 21 agosto, di un saltarello amatriciano improvvisato sulla strada, proprio qui davanti, di colpo sembra che appartengano a un passato remoto. Tre giorni prima della catastrofe.

TRE GIORNI. «Pensiamo al terzo giorno, quello della resurrezione», esorta con delicatezza il parroco don Serafino Lo Iacono (che in questi giorni sta correndo come una trottola tra un funerale e l’altro), tra i primi ad abbracciare i figli e i nipoti, stretti in una sofferenza composta che diventa comunitaria. C’è il sindaco Massimiliano Giorgi, che si è messo in ferie per stare vicino alla sua gente in questo momento di dura prova per tutti i centri del suo comune. Da qui, quella notte, sono partiti tanti volontari che si sono gettati a capofitto sulle macerie di Cornelle e delle altre frazioni, spesso a mani nude, per cercare di salvare più gente possibile. Tutti, spaventati, sono usciti di casa e molti si sono radunati attorno a un grosso fuoco acceso per scaldare le mani e i cuori di un paesino che paga il suo tributo di sangue, come dimostra la cerimonia di oggi.

«DUE DI NOI». «Siamo cresciuti insieme», dice un compaesano della coppia, ora sistemata a terra. A destra lui, a sinistra lei, come il giorno del matrimonio, sulla pista di pattinaggio che diventa una chiesa a cielo aperto. Tanti anni fa Clementina lasciò Aringo e sposò Giuseppe, che tutti descrivono come un abile falegname noto per il suo negozio di mobili al centro di Amatrice. Una vita felice. Casa, famiglia e chiesa. Già, perché don Serafino, nella breve omelia, sotto un sole da 30 gradi che i gazebo faticano a contenere, ricorda prima di tutto l’impronta religiosa della famiglia colpita dalla tragedia. «Giuseppe dava una mano al parroco di Sant’Agostino», dice il sacerdote, e i figli in prima fila annuiscono. «Due persone di alto profilo, umano e religioso. In questo momento siamo scompigliati in tutto e per tutto», aggiunge. «Ma i nostri fratelli, qui tanto amati, hanno lasciato questo mondo per la cittadinanza celeste. Sono stati insieme nella vita e nella morte, ma il ricordo e l’esempio che hanno seminato giorno dopo giorno vive nei cuori di tutti noi. Ci eravamo visti pochi giorni prima del terremoto, in occasione di una celebrazione. La nipotina, poi, è l’immagine della nonna. Ma bisogna pensare, con gli occhi della fede, al terzo giorno, quello della resurrezione». Poco prima risuonano le parole di Isaia: «Il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto di grasse vivande, per tutti i popoli, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti». Come la polvere che quella notte ha ricoperto tutto. «Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto; farà scomparire da tutto il paese la condizione disonorevole del suo popolo, poiché il Signore ha parlato».

IL FIGLIO ASSESSORE. In prima fila c’è Bruno Porro, uno dei figli della coppia, che alla fine della celebrazione si avvicina al microfono per rivolgere un ringraziamento a tutti i partecipanti. Di lui ha parlato, in questi giorni, anche il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, di cui è stretto collaboratore in quanto assessore comunale con deleghe al Bilancio, tributi e sanità. «Il nostro assessore ha perso i genitori, ma lui è in campo con me per dare una mano», ha detto il sindaco. Oggi, qui, l’assessore è, per tutti, semplicemente Bruno. «Siamo cresciuti nei valori semplici e autentici di Aringo», dice, «e li porteremo sempre con noi per onorare la memoria dei nostri genitori». «Ci vogliono tutti bene», dice ai nipotini la zia Laura. La stessa famiglia è stata colpita da un altro lutto. Il terremoto si è portato via anche Rita Porro, sorella di Giuseppe.

PANE PER TUTTI. Prima del viaggio verso il cimitero, la famiglia fa distribuire il pane a tutti i partecipanti. Lo chiamano viatico. Un tempo era un gesto per ripagare chi, per esserci, aveva perso una giornata di lavoro nei campi. Oggi diventa un segno di ringraziamento.

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