Perdonanza numero 732. Adesso la sfida più grande

Si chiude un ciclo che ha cambiato la storia, ora il messaggio di Celestino può andare oltre l’evento
Ci sono edizioni ed edizioni. La 732ª Perdonanza che si apre domani arriva in un momento cruciale. È quella dell’anno in cui L’Aquila è Capitale italiana della Cultura. È quella che per la prima volta porterà la cerimonia inaugurale in diretta nazionale su Rai 1. Ed è la Perdonanza che chiude una lunga stagione amministrativa e artistica, quella costruita negli ultimi dieci anni attorno alla guida del sindaco Pierluigi Biondi e alla direzione di Leonardo De Amicis. Sarebbe facile trasformarla in un bilancio, ma il rischio è di guardarla con una lente troppo stretta, riducendola alla conta degli spettatori, alla qualità del cartellone, ai nomi degli ospiti, agli ascolti televisivi o al consenso politico. La questione è, ovviamente, più grande. Dieci anni fa, proprio nelle ore iniziali della Perdonanza, il terremoto di Amatrice spezzò in poche ore il clima di festa. La scossa delle 3.36 del 24 agosto 2016 riportò gli aquilani dentro un incubo che conoscevano fin troppo bene. Come ricorda Giustino Parisse in queste pagine, gli spettacoli vennero cancellati, il Corteo ridotto, la città tornò a misurarsi con il dolore degli altri attraverso il ricordo ancora vivo del proprio. Quell’edizione mostrò forse nella maniera più cruda ciò che la Perdonanza può essere quando smette di essere soltanto cerimonia: un potentissimo messaggio collettivo, soprattutto davanti alle fragilità. Da allora molte cose sono cambiate. È arrivato il riconoscimento dell’Unesco. È arrivata la visita di Papa Francesco con la consacrazione della «Capitale del Perdono». È arrivato il Giubileo, con il richiamo esplicito di Bergoglio alla Perdonanza. È arrivata la Capitale italiana della Cultura. E ora arriva una ribalta televisiva nazionale che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata difficilmente immaginabile. Sono risultati che segnano una crescita oggettiva. Negarlo sarebbe ideologico. Ma sarebbe altrettanto semplicistico considerarli un punto di arrivo. La vera domanda, allora, diventa: e adesso? Può, la Perdonanza, provare a trasformare la sua straordinaria eredità simbolica in qualcosa di più profondo e duraturo? L’Aquila possiede una parola che oggi il mondo pronuncia pochissimo e di cui avrebbe disperatamente bisogno: perdono. Un perdono, quello di Celestino, che nasce dalla consapevolezza della colpa e apre alla riconciliazione. In una stagione di guerre, divisioni, radicalizzazione dei linguaggi, dell’incapacità di costruire ponti, questo messaggio ha una forza persino maggiore di quella che aveva in passato. È qui, allora, che la Perdonanza potrebbe compiere il passo successivo. Dopo essere diventata più visibile, può diventare ancora più autorevole e “utile”. Potrebbe, ad esempio, riuscire a portare all’Aquila idee, confronti, esperienze, personalità capaci di interrogarsi sui grandi conflitti del nostro tempo. La città potrebbe diventare davvero, e non soltanto per “brandizzazione”, un luogo internazionale di dialogo tra culture e religioni, laboratorio di pace, sede stabile di incontri e riflessioni. Sarebbe, questa, una dimensione coerente con la storia di Celestino e, insieme, con quella recente dell’Aquila, segnata dal dolore, ma anche dalla grande capacità di reazione.
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