Processo per l’omicidio D’Amico: Dna e cellulare i pilastri dell’accusa

L’udienza caratterizzata dalla deposizione, durata 4 ore, del maggiore dei carabinieri Commandè Ripercorse le fasi delle indagini fino all’arresto di Paolucci, il 25enne ritenuto l’autore del delitto
L’AQUILA. L’udienza di ieri mattina del processo per l’omicidio di Paolo D’Amico – il dipendente dell’Asm di 55 anni ucciso nel pomeriggio del 22 novembre 2019 nei pressi della frazione aquilana di San Gregorio – ha segnato almeno un paio di punti a favore dell’accusa. Come noto l’imputato, e quindi il presunto assassino, è Gianmarco Paolucci, il giovane (25 anni) di Bagno che lavorava come macellaio in un supermercato di Bazzano. All’inizio dell’udienza sono stati ascoltati due testimoni (un operaio che aveva lavorato alla casa di D’Amico e un collega dell’Asm) del tutto ininfluenti ai fini processuali. Il “piatto forte” è arrivato subito dopo quando è stato sentito il maggiore Edoardo Commandè, comandante del nucleo investigativo dei carabinieri che ha coordinato, d’intesa col sostituto procuratore Simonetta Ciccarelli, le indagini sull’omicidio. Il racconto del maggiore (quasi 4 ore) è stato dettagliato, chiaro e con una esposizione a tratti persino “accattivante”. Ma a parte la forma è venuta fuori soprattutto la sostanza. Il maggiore ha confermato che l’accusa si fonda su due pilastri: il Dna attribuito a Paolucci trovato sui pantaloni di Paolo D’Amico e le celle telefoniche che proverebbero la presenza dell’imputato nella zona del delitto nell’orario, dalle 15 alle 18, in cui sarebbe avvenuto l’omicidio. L’ufficiale dei carabinieri ha ripercorso le diverse tappe dell’indagine che può essere divisa in 4 fasi.
LE FASI DELL’INDAGINE
Nella prima fase (dal 22 novembre 2019 al febbraio 2020) gli investigatori hanno sostanzialmente brancolato nel buio. Tanti interrogatori (fra cui anche quello di Paolucci) di amici, conoscenti e parenti della vittima, ma nessuna pista concreta. Quello che si capì subito è che il movente doveva essere la droga (D’Amico coltivava e vendeva marijuana). Inoltre si era trattato di un delitto d’impeto. D’Amico e il suo assassino avevano forse litigato davanti al garage e l’operaio era stato colpito a morte con un cesello da falegname (la vittima restaurava mobili), cesello che ieri è stato mostrato in aula (l’imputato era collegato in videoconferenza dal carcere di Viterbo). L’omicida aveva poi trascinato D’Amico dentro il garage, aveva chiuso la porta, fatto sparire il cellulare dell’operaio Asm al quale aveva tolto, misteriosamente, anche le scarpe. I primi sospettati dell’omicidio furono gli operai che stavano lavorando a casa di D’Amico e poi un amico della vittima e un 16 enne che abitava non lontano. Ma non furono trovati riscontri.
LA SVOLTA
La svolta (la seconda fase) avvenne nel febbraio 2020 quando dai Ris di Roma arrivò la conferma che sulla parte bassa dei pantaloni di D’Amico era stata trovata traccia del Dna della vittima e di un ignoto, presumibilmente quella dell’assassino. Vennero buttate le reti e di fatto si tentò una sorta di pesca a strascico facendo decine di prelievi a persone (perlopiù coinvolte in indagini per droga) per individuare il loro Dna e confrontarlo con quello ignoto.
PAOLUCCI
Nel novembre del 2020 (terza fase) i carabinieri ripresero in mano l’elenco di tutti quelli che erano stati sentiti nelle prime settimane dopo l’omicidio e tra loro Paolucci che fu il solo a dire no alla prova del Dna. A quel punto l’attenzione di carabinieri si concentrò sul giovane. Fu rivista la sua prima testimonianza e dai tabulati telefonici si scoprì che non aveva detto la verità (sempre secondo l’accusa) su dov’era quel 22 novembre 2019. Paolucci sostenne che era dalla madre a Bagno Piccolo, ma le celle telefoniche (San Demetrio, Varranoni e Ocre) lo ponevano tra le 15 e le 18 nella zona del delitto.
LA TRAPPOLA
La “quarta fase” arrivò nel dicembre 2020. Paolucci venne seguito e fermato per un controllo con l’etilometro. Non c’era traccia di alcool, ma ai carabinieri interessava il Dna “stampato” sul boccaglio dell’etilometro. Il “materiale” organico venne analizzato e a quel punto i carabinieri, dal loro punto di vista, fecero “bingo”. Il Dna di ignoto era compatibile con quello di Paolucci. Dopo altre verifiche (per esempio sul fatto che l’imputato è mancino ma utilizza senza problemi anche la mano destra con cui avrebbe impugnato l’arma del delitto) all’inizio di febbraio 2021 il giovane venne arrestato.
LA DIFESA
Ora tocca alla difesa smontare le due prove principali: Dna e celle telefoniche. Se per le celle l’impresa è possibile (anche se difficile) per il Dna è molto più complicato. Ma la conclusione del processo non è per nulla scontata.
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