Quel massacro di frati e lo scempio della tomba profanata

27 Dicembre 2020

Nel 1799 l’invasione francese e l’offesa sacrilega al santo Gli eventi di 221 anni fa narrati in un saggio di Capezzali

L’AQUILA. Nel febbraio scorso le cronache cittadine parlarono della profanazione delle tombe del Beato Timoteo e del Beato Bernardino da Fossa nel convento di Sant’Angelo d’Ocre ad opera di vandali. Ma c’è un tragico precedente che risale a 221 anni fa quando le truppe francesi che avevano occupato L’Aquila uccisero barbaramente 27 frati nella basilica di San Berardino e profanarono la tomba del Santo, rubando la preziosa urna e buttando i resti mortali sul pavimento dell’edificio sacro. Lo storico Walter Capezzali ha scritto, sull’ultimo numero del Bollettino della Deputazione di Storia Patria (di cui è presidente uscente), un saggio su quella profanazione.
L’ARRIVO ALL’AQUILA. «Nel maggio del 1444», scrive Capezzali, «il principale esponente dell’Osservanza francescana, , giunse all’Aquila, anziano e malato, dopo un periglioso viaggio che aveva voluto pervicacemente effettuare e che si concluse con il suo arrivo in città talmente provato da non poter raggiungere il Convento dell’Osservanza, sul colle di San Giuliano, dovendo essere ospitato in quello cittadino, il San Francesco a Palazzo dei Conventuali, dove rese la bella anima a Dio il 20 di quello stesso mese. Ai suoi confratelli e accompagnatori, che avevano inutilmente cercato di fermarlo lungo il tragitto, in ultimo nella vicina città di Rieti, aveva più volte ripetuto “ad Aquilam, ad Aquilam”. In ciò era motivato dal suo desiderio di incontrare urgentemente l’amato confratello e dalla necessità di soccorrere gli aquilani dilaniati da una violenta lotta intestina tra opposte fazioni, una attività tipica del tempo nelle maggiori città italiane».
L’ORIGINE DELLA DEVOZIONE. «Fu quella la scaturigine di una devozione aquilana», continua lo storico «che, alimentata ulteriormente dall’opera del Capestranese (da Cracovia, durante i suoi successivi impegni per importanti incarichi su mandato dei pontefici del tempo, scrisse ai Signori del Magistrato aquilano una storica quanto pungente missiva, con pressanti insistenze che determinarono l’erezione del grande Tempio che oggi è tra i monumenti simbolo della città e centro di perenne devozione) caratterizza ancora oggi i sentimenti e le attenzioni dei fedeli aquilani».
LA VICENDA.«L’episodio storico che si vuole ricordare può essere ritenuto e valutato come una riprova tangibile del legame esistente tra il popolo aquilano e il Santo Protettore della Città. Si tratta dell’invasione francese dei primi mesi del 1799», sottolinea Capezzali, «culminata all’Aquila con l’uccisione di 27 frati di San Bernardino e con il furto dell’urna d’argento, che custodiva le spoglie mortali del Santo, e l’offesa sacrilega a quei preziosi resti mortali con l’abbandono del venerato Corpo a terra nella navata del violato tempio francescano. Tra vistose difficoltà, in una situazione che rimaneva drammatica anche per l’economia del territorio aquilano, la Città si riprese lentamente dalla distruttiva scorribanda francese e, fin dai primi giorni dopo la cacciata degli invasori, principale preoccupazione fu quella di affrontare le conseguenze di quanto era accaduto nel convento e nella basilica di San Bernardino. Il corpo del Santo, pur trattato con violenza, fu rinvenuto a tre giorni dal saccheggio ancora quasi integro, ricomposto e messo al sicuro in una stanza attigua alla sagrestia della basilica. Le fonti storiche riferiscono succintamente gli ulteriori eventi, che approdarono nel settembre del 1800, 220 anni fa, con la ricollocazione della reliquia in una nuova cassa, di legno dorato e argentato. L’attenzione del governo cittadino per le conseguenze dell’emergenza provocata dalla scorreria francese nella chiesa e nel convento dei francescani è documentata anche dai verbali dei Parlamenti cittadini, a partire da pochi mesi dopo l’accaduto».
LA CITTÀ SI MOBILITA. «Già nel luglio 1799, ricorrendo anche al prestito di un benefattore», scrive Capezzali, «la Città si preoccupa di pagare la cassa di legno necessaria per riporvi il corpo di San Bernardino; e successivamente ne approva la doratura con “oro velato”. La municipalità ugualmente s’impegna nel recupero di residui di argento rimasti in Città dopo la fuga dei francesi, deliberandone la restituzione alla comunità francescana. Inoltre è sempre il Parlamento a designare propri membri ed altri cittadini dei diversi ceti sociali sia in qualità di Deputati ai depositi delle reliquie, sia di Procuratori alla raccolta delle cospicue “elemosine” destinate a finanziare l’annunciata solenne cerimonia per la restituzione alla devozione cittadina della preziosa reliquia. E quando ci si accorge che neppure quella ufficiale “colletta” sarebbe risultata bastevole, esperito senza successo un ulteriore tentativo per ottenere un prestito da qualche abbiente, nonostante la Città fosse ancora “esausta per le sofferte disgrazie”, viene deliberato all’unanimità di contribuire alla bisogna con ulteriori cento ducati, e successivamente di accollarsi anche le spese residue.
Un ulteriore sforzo fu deliberato con unanime consenso, per un gesto dal particolare significato compiuto nell’ottobre del 1800: di concedere una reliquia del Santo senese venendo incontro alla ufficiale richiesta pervenuta dalla Città di Ascoli; ma soprattutto di consegnarla collocata in un reliquiario d’argento costato dieci ducati, così regolandosi “per il decoro della nostra Città”. Si trattava di un evidente segno teso a rafforzare il solidale rapporto esistente con la sorella Comunità dell’attigua regione».
LA RICOLLOCAZIONE. «Dal 20 al 23 settembre 1800», conclude lo storico, «col tripudio dell’intera popolazione, e sotto gli auspici del Vescovo aquilano, preghiere e festeggiamenti salutarono il solenne giubileo concesso per solennizzare la ricollocazione della amata reliquia nel suo mausoleo».(g.p.)
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