«Resisto perché la famiglia è radicata in questa città»

L’AQUILA. I ricercatori mandati a casa dalla Intecs hanno un’età media di 50 anni. Troppo giovani per la pensione, troppo vecchi per reiventarsi un futuro lavorativo. Licenziati a Natale, si sono...
L’AQUILA. I ricercatori mandati a casa dalla Intecs hanno un’età media di 50 anni. Troppo giovani per la pensione, troppo vecchi per reiventarsi un futuro lavorativo. Licenziati a Natale, si sono buttati a capofitto nella lotta per mantenere alta l’attenzione sulla loro vertenza. Ma ogni giorno è sempre più dura. Carlo Strinella, prima di ricevere quella lettera che ti sconvolge la vita, pensava di avere un futuro assicurato, in un’azienda in cui era entrato nel 1992, quando ancora si chiamava Italtel-Sit: «In questi 100 giorni di presidio permanente ci siamo scontrati con una triste realtà: la lentezza delle procedure non è compatibile con la condizione di chi aspetta di vedere la luce. Stiamo lottando per i nostri diritti, la maggior parte di noi è dovuta ricorrere all’assistenza legale per vederli riconosciuti. Non abbiamo ancora alcun sostegno al reddito, a causa delle inadempienze dell’azienda, sul fronte della Naspi, del Tfr, delle indennità di preavviso. Siamo appesi al 7 di ogni mese», spiega Strinella, «per capire se ci verrà erogato almeno un acconto di quanto ci spetta. Io non voglio arrendermi, i miei figli sono radicati in questa città, qui ho i miei genitori anziani, le amicizie. Ma per chi ha sempre lavorato nella ricerca, ogni giorno che passa pesa come un’era geologica. Stare fermi, senza aggiornarci, significa perdere fiducia in noi stessi». Lui resiste, altri no: «Alcuni colleghi stanno accettando occupazioni saltuarie e sottopagate».(r.s.)
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