Scalò l’Himalaya in nome dell’Abruzzo

E con l’Università dell’Aquila ha contribuito al ritrovamento dei resti dell’artista Caravaggio
AVEZZANO. Un uomo dalle mille risorse. Questo era Domenico Mancinelli. Apprezzato sia nel campo lavorativo che in quello sportivo. Qualche anno fa, insieme a ricercatori, scienziati, genetisti e antropologi, con l’Università dell’Aquila aveva partecipato al ritrovamento di quelli che sono presumibilmente i resti mortali di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Mancinelli aveva fatto parte del team guidato dal professor Antonio Moretti celebrato nel documentario dal titolo “Caravaggio, il corpo ritrovato”.
Prima di scoprire la passione per la bicicletta, che lo aveva portato ad attraversare gran parte del mondo, dal Nepal allo Stato dell’Oman, Mancinelli aveva avuto quella per l’alpinismo. Nel 1986 fu tra i quattordici alpinisti abruzzesi che parteciparono alla spedizione “Himalaya ‘86”. Mancinelli si infortunò mentre rientrava al campo base dopo aver conquistato la “Montagna sconosciuta”, una vetta inviolata di 7.016 metri. Per raggiungere la cima la spedizione abruzzese dovette affrontare difficoltà di ogni tipo, in dodici giorni di marcia ininterrotta, dopo avere attraversato anche il temutissimo ghiacciaio Batura. Al rientro al campo base un grosso masso travolse Mancinelli causandogli la frattura del femore sinistro. L’alpinista marsicano dovette anticipare il suo rientro dal Pakistan, scortato da due compagni di spedizione. Gli altri undici tornarono in Italia la settimana successiva. Mancinelli prese parte alla spedizione abruzzese insieme a Luigi Barbuscia, Domenico Alessandrini, Antonio Capassi, Lucio De Sanctis, Filippo Di Donato, Fernando Di Fabrizio, Giulio Giampietro, Geppino Madrigale, Evanio Marchesani, Dario Nibid, Daniele Perilli, Berardino Romano e Antonio Tansella. L’impresa di Mancinelli e degli altri tredici fu celebrata in tutto il mondo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

