«Servono maestri credenti e credibili»

Ecco il testo dell’omelia pronunciata dall’arcivescovo nel corso della cerimonia di ordinazione di don Federico Palmerini
Carissimo Federico, tra poco, per l’imposizione delle mie mani e la preghiera consacratoria, riceverai il sacramento del Presbiterato. Come sai, l’Ordine sacro ti abiliterà a svolgere il triplice ministero della Parola, della Grazia – attraverso la celebrazione dei sacramenti – e della Guida, come pastore-servo della comunità ecclesiale.
Da presbitero, dunque, sei costituito e inviato come
Ministro della Parola che devi vivere e proclamare «tutta intera» (cfr. Gv 16,13) in piena fedeltà al Magistero della Chiesa e senza cedimenti o ritagli interpretativi, né alla tua sensibilità individuale, né alle mode culturali della gente a cui sei mandato. Sei consapevole che il nucleo centrale del messaggio della salvezza è condensato nelle espressioni-sintesi del Vangelo di Giovanni: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui». (Gv 3,16-17). L’uomo, dunque, non è destinato a sprofondare nelle sabbie mobili del male che lo abita perché Dio, che è Amore, si è chinato su di lui e gli ha offerto, in Gesù, la possibilità di riscattarsi dal peccato e di vivere da figlio nel Figlio. Il tuo intero ministero di sacerdote dovrà ruotare sempre su questo cardine evangelico: ogni tua azione avrà in questo «perno teologico» il suo punto di forza e il suo fine pastorale.
È una missione, quella di ministro della Parola, che non puoi svolgere adeguatamente da solo e proiettandoti unicamente «all’esterno» (cioè, nell’annuncio fatto agli «altri»); ti è chiesto, infatti, di vivere, in comunione, ciò che insegni: infatti, sei tu, per te, il primo terreno da dissodare e da coltivare con il buon seme del Vangelo. Ricordati sempre che, nella logica della Sapienza, devi ascoltare, prima di dire; essere testimone, per diventare maestro; maturare come discepolo, se vuoi svolgere il servizio di guida.
So che nutri un grande amore per la Sacra Scrittura e ti sforzi di studiarla nella dimensione esistenziale, culturale e pastorale. Spero proprio che si possa dire di te ciò che san Girolamo scriveva del suo discepolo Nepoziano: «con l’assidua lettura e la diuturna meditazione (della Scrittura) aveva fatto del suo petto la biblioteca di Cristo».
Ti è noto, carissimo Federico, che non si entra nella comprensione teologale del testo sacro senza la luce dello Spirito, che è da invocare attraverso una preghiera umile e assidua. Per questo sant’Agostino affermava: il sacerdote «sia orante prima di essere oratore». La santa frequentazione della Parola ti consentirà di essere, per la comunità ecclesiale, un riferimento sicuro: cioè, un maestro credente e credibile, convinto e convincente, evangelizzato ed evangelizzatore.
Ministro della grazia
L’Ordine sacro, carissimo Federico, ti abilita ad essere «ripresentazione sacramentale» di Gesù-Sacerdote (cfr. PdV, 15), attualizzando il suo stile di vita e «facendoti quasi Sua trasparenza in mezzo al gregge che ti è affidato (cfr. ibid.)». Sarà Lui, in te, a prolungare la Sua missione di salvezza e a costituirti dispensatore efficace della Sua grazia multiforme. Sai bene che la redenzione ha la Sua fonte nella Pasqua del Signore, che non è solo un fatto accaduto in un'epoca storica lontana, ma costituisce un evento che si riattua oggi e per noi nella liturgia. Ciò che è accaduto sul Golgota, duemila anni fa, si rinnova qui e ora, ogni volta che si celebra l’eucaristia.
Il dinamismo della discesa-ascesa, che caratterizza la Pasqua di Gesù è delineato con straordinaria incisività, nel brano della lettera ai Filippesi (2,6-11): un testo, questo, che non finiremo mai di esplorare e di applicare.
I passi che ritmano il racconto dell’evento pasquale disegnano un abbassamento vertiginoso: Il Figlio di Dio, spinto da un immenso Amore, «svuotò» se stesso, assumendo la natura umana e facendosi uno di noi. Avrebbe potuto condurre un’esistenza trionfale, invece si è fatto servo di tutti. Ma questo stadio drammatico della sua umiliazione non gli è bastato. Pur essendo innocente, si è calato nelle profondità abissali del male, prendendolo su di sé, e «annientandosi» sul patibolo della croce. Morendo ha ucciso la morte, che è figlia del peccato, e ha spalancato le porte della redenzione. In questo movimento di discesa, Gesù ha raggiunto la frontiera estrema del negativo, oltre la quale nessuno si trova. Ecco perché, essendo diventato l'ultimo, può aiutare chiunque si lasci afferrare da Lui a risalire la china del peccato e ad avanzare, passo dopo passo, nella comunione con Dio, con se stesso, con gli altri. Come risposta all’Amore-crocifisso di Gesù, il Padre Lo ha esaltato risuscitandoLo e colmando la Sua umanità della pienezza dello Spirito: Spirito di unità, di gloria, di santità, di giustizia e di pace.
Ogni volta che celebriamo l’eucaristia l’evento della Pasqua si rende presente e noi possiamo diventarne realmente partecipi: possiamo, cioè, passare attraverso la morte del Signore per entrare con Lui nella Vita risorta.
San Paolo ci invita ad avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (cfr. Fil 2,5), il che esige lasciarsi modellare, ogni giorno di più, dalla Sua esperienza di abbassamento-esaltazione. Si tratta di una meta che sarebbe al di fuori della nostra portata, se lo Spirito del Risorto non ce la rendesse accessibile, venendo in nostro soccorso: infatti, la grazia ci rende capaci di vivere «come» Gesù, cioè di avere in noi «gli stessi» sentimenti che sono in Lui e non solo vibrazioni spirituali-affettive «simili», ma non uguali. Questo prodigio è opera dello Spirito, che trasforma il nostro cuore e lo «divinizza», rendendolo «connaturale» con quello di Gesù.
Sta tutto qua, carissimo Federico, il tuo programma di impegno spirituale e pastorale. Se fai questo, hai fatto tutto: al resto penserà Dio.
La tua scelta di ricevere l’Ordine sacro del presbiterato in questa ricorrenza liturgica (l’Esaltazione della croce), non è «casuale» (cioè, un fatto occasionale e fortuito), ma è «causale» (quindi, una decisione attentamente pensata e voluta). Manifesti, così, l’intenzione di edificare il tuo sacerdozio sulla croce gloriosa di Cristo, perché sai che questa è una roccia sicura e da essa scaturisce la sorgente di ogni grazia.
Ricordati, infine, che quando il Signore riconosce un’opera come Sua, vi imprime il timbro della croce-gloriosa: è il Suo sigillo, con il quale autentica il nostro comportamento e lo accredita come azione che costruisce il Regno di Dio.
Imparare a portare la Croce, ti consentirà di abbracciare le croci: personali e altrui. Ciò ti renderà idoneo a comprendere le sofferenze del prossimo e a condividerle, avendo la prontezza a «com-patire» e sapendo «com-muoverti», nella carità.
Costituisce, senz'altro, un codice di lettura di ogni attività pastorale il brano del libro dei Numeri che è stato annunciato (21,4-9). I vari passaggi narrativi che lo cadenzano, rappresentano il paradigma tipico di un cammino caratterizzato dal passaggio dalla ribellione alla conversione.
Cerchiamo, anche se telegraficamente, di ripensarlo insieme:
«In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè»
Appare evidente l’atteggiamento di ingratitudine e di rivolta, provocato dalla fatica richiesta da un viaggio comunitario verso la santità. Il rigetto che attraversa la mente e il cuore di questo popolo (liberato, ma non ancora diventato libero) è caratterizzato dal «dire contro». Prevale, dunque, in questa gente una lettura falsata della storia che sta vivendo: tale alterazione interpretativa genera giudizi accusatori ed emozioni aggressive.
«Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero».
La domanda (connotata dal «perché» colpevolizzante) rivela una memoria corta e tendenziosa: questa gente ha dimenticato presto di essere stata affrancata dalla schiavitù e di aver intrapreso un viaggio difficile verso la libertà. Secondo questa versione mistificata, la fedeltà alla Parola di Dio viene ritenuta la causa del disorientamento e del malessere. La colpa del disagio («siamo nauseati») come anche la responsabilità di un itinerario esposto a rinunce e tribolazioni («qui non c’è né pane né acqua») sono fatte ricadere su Dio, considerato come un Padrone autoritario e inaffidabile.
«Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì»
Ecco le conseguenze causate dal rifiutare Dio: la morte dell’uomo (non solo biologica, ma esistenziale). Infatti, operare senza Dio significa agire contro l’uomo. Chi respinge il Signore danneggia se stesso: si condanna, perciò, ad avvelenarsi l’esistenza e si espone alle ustioni dell’errore. I «serpenti» – che simboleggiano gli effetti del male – c’erano anche prima, ma venivano tenuti a bada da difese spirituali e comunitarie attivate dall’alleanza con Dio. Il venir meno di queste barriere religiose e morali consente alle componenti ostili – che covano dentro e fuori di noi – di uscire allo scoperto e di colpire con la loro negatività tossica.
Questa è una storia che si ripete, carissimo Federico. Sei tenuto ad imparare l’arte di diagnosticare le cause vere del malessere che colpisce tanta gente, sapendo che il male fa male e fa stare male. Con l’aiuto della grazia, dovrai aiutare le persone a risalire il corso dei problemi, fino ad individuare i motivi scatenanti dei fallimenti e indicare la terapia evangelica che consente di risanare le ferite.
«Il popolo venne da Mosè e disse: “Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti”».
L’esperienza del dolore e dei dissesti provocati dalla lontananza da Dio, matura nel popolo la consapevolezza dell'errore commesso e suscita la fattiva volontà di cambiamento.
«Mosè pregò per il popolo»
Questo, carissimo Federico, sarà anche il tuo compito, come partecipe della mediazione salvifica di Gesù, sommo ed eterno sacerdote.
Non smettere mai di ricordare che il perdono può essere dato solo a chi lo chiede sinceramente e che l’ostinazione nel male è un peccato mortale in cui si può restare intrappolati per sempre.
«Il Signore disse a Mosè: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita”».
Solo lo sguardo fissato su Gesù, il crocifisso-risorto, può riscattarci dalle patologie dell’esistenza e restituisce la «salute» spirituale ed umana.
Nella misura in cui lo Spirito di Verità e di Amore agirà nella vita tua e degli altri, svilupperai il ministero di conversione e di misericordia: si renderà così presente ed efficace, attraverso te, la missione di Gesù, che – come insegnano i Vangeli – predicava e guariva da tutte le malattie.
Ministro della carità, che genera la comunione
La carità non è un flusso di benevolenza che trova in noi la sua sorgente, ma è lo stesso amore di Dio riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo (cfr. Rm 5, 5). Per questo, la carità ci consente di amare come Dio ama (cfr. Gv 13, 34): ed è quello che conta e che resta.
San Giovanni della Croce insegna che: «il valore delle opere buone non si fonda tanto sulla loro qualità o quantità quanto piuttosto sull’amor di Dio che le guida: esse sono migliori quando si fanno con più puro e perfetto amore». Pertanto «un pochino di amor puro è più prezioso al cospetto del Signore e per l'anima stessa, ed apporta maggior utilità alla Chiesa, che non tutte le altre opere unite assieme».
La carità è anzitutto impegno a promuovere la comunione, che è l’origine, il fondamento e il fine di ogni apostolato. La tensione all’unità (cfr. Gv 17,20-22) renderà la tua anima veramente «cattolica», cioè universale. Sarà proprio questa spinta interiore, radicata in Cristo, a consentirti di essere aperto a tutti (perché tutti sono candidati alla santità) con la sola predilezione a cui ti obbliga il Vangelo, quella per i più poveri e i più deboli. Abbi, però, la saggezza di non identificare gli «ultimi» solo con gli indigenti. Esistono, infatti, povertà antiche e nuove che, in forme a volte coperte e molto spesso drammatiche, colpiscono non soltanto la sfera economica, ma anche la dimensione spirituale, psicologica e sociale della gente. Sii instancabilmente dedicato a tutti i poveri, da qualsiasi forma di povertà siano segnati.
L’umile vergine di Nazaret, eco fedele della Parola di Dio, ti aiuti a testimoniare e ad annunciare il Vangelo, che illumina e rende liberi; sia Lei, la Madre della grazia, a farti «strumento vivo» di salvezza per coloro che ti incontrano; possa l’Immacolata, donna vestita di sole (cfr. Ap, 12,1), risplendere nel tuo cielo come segno di consolazione e di sicura speranza, per renderti - sempre e ovunque - portatore di gioia e costruttore di pace. Amen!
*arcivescovo dell’Aquila
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