«Sicurezza delle case? Usiamo le catene»

Monsignor Orlando Antonini: hanno dimostrato nei secoli di essere efficaci, una volta tanto impariamo dalla nostra storia
L’AQUILA. In questi giorni è tornato d’attualità il tema della messa in sicurezza delle abitazioni, soprattutto quelle ante 1974 quando le cautele antisismiche erano affidate alla buona volontà e alla preparazione dei progettisti. Subito dopo il terremoto di Amatrice l’ex parlamentare e architetto forlivese Sauro Turroni aveva affermato che per rendere l'Italia antisismica bisogna "metterla in catene" con un investimento globale di 4-4,5 miliardi di euro.
L'idea dell'architetto è l'utilizzo, appunto, delle catene: opere leggere capaci di aumentare la capacità delle strutture edilizie di resistere ai terremoti. La proposta è stata messa nero su bianco in una lettera aperta al premier Matteo Renzi. Il Centro ha chiesto a monsignor Orlando Antonini studioso di architettura religiosa e non, cosa ne pensa dell’idea di Turroni.
Monsignor Antonini nei suoi studi sulle architetture sacre aquilane si è imbattuto in questa problematica?
«Eccome. Innumerevoli volte. Sicché trovo la proposta dell'architetto Turroni assolutamente pertinente e opportuna, ed anche urgente prima che sia troppo tardi visto che da noi la ricostruzione degli edifici storici della città e dei 56 borghi è in pieno corso. Rispondo naturalmente non da tecnico, che non sono, ma da puro osservatore dei fatti costruttivi. Dai miei studi sulle chiese e sull'architettura civile risulta che è fin dalla ricostruzione post-sismica del 1461, se non prima, che i nostri mastri hanno escogitato e adottato la tecnica delle catene. È l'unica finora ad essersi comprovata efficace, giacché quasi solo gli edifici che si costruirono con tale sistema sono sempre rimasti in piedi nei vari terremoti devastanti successivi al 1400 fino ad oggi. Solo alcuni esempi: le chiese della Beata Antonia, di Santa Maria del Soccorso, quelle di Santa Maria del Popolo e di Santa Maria di Tempera demolite nell'Otto-Novecento, la Misericordia, San Giuliano, tutte costruzioni del Quattro e Cinquecento per di più coperte da grandi volte; e inoltre la trentina di palazzi patrizi con le loro corti porticate e loggiate. Delle altre chiese fuori città cito solo Santa Maria di Presciano a Capestrano, di cui ho scritto in un recente volume».
Questa antica tecnica si era perduta nei secoli successivi al 1400-1500?
«Non completamente, ma largamente. Accantonata soprattutto nell'Ottocento, quando le tecniche costruttive, dimenticato il terremoto del 1703, scivolarono in sistemi molto semplificati, ad esempio costruire volte di mattoni in foglio, semplicemente applicate a contrasto sui muri perimetrali. Di qui i crolli all'interno di molte case nel sisma del 2009: aprendosi con le sollecitazioni del terremoto i contenitori murari su cui quelle volte si mantenevano sono venuti giù. Nell'Aquilano il sistema a catene fu ripreso nella ricostruzione post-sisma 1915, quando il genio civile eseguì a tappeto l'incatenamento delle case dei nostri centri storici danneggiate nel terremoto di Avezzano e che hanno sostanzialmente tenuto. Nel suo ultimo lavoro Maurizio D'Antonio ha, a proposito, riportato all'attenzione tali tradizionali presidi antisismici e la loro non ancora superata efficacia, esplicando come i gigli in ferro battuto osservabili su molti cantonali di chiese e palazzi non sono motivi decorativi ma i capochiavi delle catene insertate nella muratura per tenere compatte le costruzioni negli scuotimenti tellurici. Sistema analogo è stato adottato nel restauro del convento di San Domenico, e potete vedere come esso non abbia subito graffio nel 2009. I capochiavi decorati, che come dice il D'Antonio erano il segno dell'orgoglio civico della città antisismica rinascimentale, oggi nei lavori di restauro spesso sono poco valorizzati, se non addirittura trascurati e celati sotto i nuovi intonaci»
Lei insomma si unirebbe all'appello-proposta dell'architetto Turroni per il piano pluriennale di prevenzione antisismica del patrimonio edilizio italiano che il governo intende avviare?
«A tale livello è meglio che parlino i professionisti, ma condivido assolutamente. Mi auguro che nella ricostruzione aquilana, per gli edifici storici che nel sisma furono danneggiati ma non crollarono del tutto, si ricorra maggiormente a tale semplice tecnica delle catene, già da secoli collaudata e non invasiva, invece che provare nuove tecniche di cui non si conosce ancora l'efficacia o la rovinosità, come rivelato dal cemento armato sovrapposto su organismi murari antichi credendo di rafforzarli. Dobbiamo imparare di più dalla storia, conoscere i sistemi costruttivi antisismici comprovati, riscoprire e far umilmente tesoro di quanto i mastri delle generazioni precedenti seppero escogitare. Sia, finalmente, la storia maestra di vita almeno in un campo come questo dell'edilizia antica, che costituisce la fetta di gran lunga maggioritaria del patrimonio edilizio italiano ed a cui è appesa la nostra stessa incolumità. Le nuove sofisticate tecniche le si adotti pure per gli edifici nuovi, non per l'edificato storico. Tra l'altro, e non è poco, Turroni sottolinea che un intervento di prevenzione di tipologia a catene oltre a dimostrarsi in grado di conservare gli edifici e di garantire la sicurezza degli abitanti, è anche di poco costo. Ma mi sa che, in merito, il problema sia quello contro cui l'architetto avverte: "il paravento del costo troppo alto per la prevenzione approfitta per mantenere le cose come stanno e lucrare nella ricostruzione».
Intende dire che la sua proposta verrebbe osteggiata per il ridotto vantaggio economico che apporterebbe ad una certa parte del mondo imprenditoriale e professionale, quella che antepone il denaro al risultato?
«Non voglio entrare in polemica con nessuno, credo però che ci sia bisogno di una riflessione».
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