Sisma, Parisse scrive ai figli: «Dallo sgabuzzino i ricordi, sono come spade nel cuore»

La lettera ai ragazzi morti nel 2009: «Un mese fa abbiamo liberato l’ultimo angolo. Una chitarra, i libri, l’albero di Natale: oggetti testimoni del tempo felice della nostra vita»
L'AQUILA. Cari ragazzi, eccomi di nuovo a raccontarvi una storia che da 17 anni non è più la vostra. Un mese fa io e mamma abbiamo ancora una volta dovuto fare i conti con ricordi dolorosi. L’impresa che sta ricostruendo la casa in via Oppieti a Onna, quella casa che il 6 aprile 2009 è stata la vostra tomba, ci ha chiamati perché stavano per iniziare i lavori di demolizione dell’unico “pezzetto” - composto da quattro mura con sopra un tetto cadente - rimasto in piedi dopo la scossa delle 3,32. Lì dentro c’erano ancora le “vostre” cose, conservate in uno sgabuzzino infilato sotto un traballante solaio. In un angolo, nella parte bassa, c’erano pure una decina di testi scolastici. Gli altri volumi, la gran parte, li avevo già riportati nella biblioteca dedicata a voi. Quei pochi abbandonati nel rudere sono stati per tutto questo tempo testimoni muti di una tragica assenza. Le ferite dell’anima, ancora lacere, sono tornate sanguinanti quando dallo sgabuzzino è spuntato un albero di Natale e tutto l’occorrente per addobbarlo.
La mente è andata subito al tempo lieto della nostra vita quando problemi e difficoltà si risolvevano in un abbraccio, una carezza, un sorriso, in un pezzetto di torrone condiviso che, nello sciogliersi in bocca, restituiva dolcezza al palato e serenità al cuore. Con mamma abbiamo deciso di non portarlo via. Ora finirà in una discarica, sarebbe stato un peso troppo grande tenerlo con noi. Quelle luci colorate e quella stella un po’ “insicura” sulla cima dell’albero di plastica verde, si sono spente 17 anni fa. I ricordi quando si materializzano negli oggetti “usati” sono spade infuocate. Senza di voi non ha senso “rifare” un albero per festeggiare il Natale che per noi, da 17 anni, non è più festa ma solitudine, rammarico, malinconia, preghiera.
Mamma ha voluto conservare un tappetino, era quello che tu, Domenico, usavi nelle “uscite” all’aria aperta che facevi con l’associazione Nuova Acropoli del tuo amico e guida Sandro Spagnoli, anche lui volato in cielo il 6 aprile 2009. Su quel tappetino poggiavi il sacco a pelo. Quell’esperienza con Nuova Acropoli ti piaceva perché facevi anche esercitazioni di Protezione civile . Quante volte mi avevi detto, prima di quella notte senza alba: Papà non ti preoccupare, qualsiasi cosa succede qui ci sono io. Invece alle 3.32 eravate tu e Maria Paola ad avere bisogno di me e io non sono riuscito a fare nulla. Vi ho solo sentito andare via nel silenzio e in quel buio appena pennellato dalla luce fioca della luna. Mi tornano in mente gli immortali versi di Giacomo Leopardi: “O graziosa luna, io mi rammento/ Che, or volge l’anno, sovra questo colle/ Io venia pien d’angoscia a rimirarti”.
Un colle di macerie e dolore, quella notte, aveva preso il posto della nostra casa. C’erano voluti meno di 30 secondi. Sotto l’immensità del cielo stellato si era consumata una piccola tragedia per l’umanità ma una catastrofe per noi, poveri donne e uomini, che ci illudiamo di vivere felici, ignari che in un attimo si può precipitare in un infernale abisso. Lo sgabuzzino ci ha poi restituito “ricordi” di quando d’estate andavate al mare con mamma. Negli anni prima del terremoto spesso ad agosto venivo chiamato a lavorare nella redazione del Centro di Pescara con il caporedattore Roberto Marino. Voi andavate in spiaggia e ci vedevamo all’ora di pranzo e la sera. Tu, Domenico, dormivi con me in albergo, Maria Paola e mamma in un’altra stanza. Spesso eri tu che mi svegliavi presto perché non vedevi l’ora di andare sotto l’ombrellone. La colazione era un momento bellissimo, alla spensieratezza si univano discorsi “futuribili”, sogni nel cassetto, voglia di vivere e sfidare il futuro. Tutto si è fermato 17 anni fa.
Dallo sgabuzzino è riemersa una chitarra. Era la mia chitarra. Mia madre me la comprò quando diventai maggiorenne. Ho provato a suonarla mille volte ma non ci sono mai riuscito. A un certo punto la abbandonai ma non la buttai e la misi su uno scaffale della biblioteca che avevo realizzato in un locale che prima era un forno-magazzino. Il 30 marzo del 2009, quando nel pomeriggio intorno alle 16 ci fu una forte scossa (che convinse la Protezione civile nazionale a convocare il giorno dopo all’Aquila la riunione farlocca della Commissione Grandi Rischi), mi precipitai in biblioteca dove tu, Maria Paola, stavi studiando (Domenico stava tornando da scuola accompagnato da mamma).
Trovai tutto in ordine ma la chitarra era caduta sul pavimento. Aveva qualche ammaccatura. La presi e la portai nello “sgabuzzino” dell’edificio a fianco. Tu, Maria Paola, non la usavi perché ne avevamo comprato un’altra che ti serviva per prendere lezioni dal maestro di musica. Quando un mesetto fa l’ho rivista in mezzo a tanti altri oggetti, ormai fantasmi del passato, l’ho presa e adesso è qui con me - malinconica e piena di acciacchi - con due corde spezzate, spezzate come la nostra vita.
Cari ragazzi, cosa posso dirvi di più? Onna è stata quasi del tutto ricostruita e fra un paio di anni la rivedremo “nuova” e certamente più sicura. La speranza è che anche le strade e le piazze possano tornare belle e accoglienti. Ho scritto in questi mesi una storia di Onna in tre volumi per non disperdere memorie e vicende di tante donne e uomini vissuti in questo spicchio d’Italia. Parlo della Valle (o Conca) aquilana che nei millenni si è fatta spazio fra montagne brulle e colline verdeggianti, solcata dalle acque “azzurrine” del fiume Aterno. La vita continua se pur in un mondo scosso da guerre e violenze in cui il dolore e la morte non fanno quasi più notizia e ci vengono restituiti solo attraverso una macabra contabilità.
Mentre chiudo questa lettera il sole penetra dalle finestre, gli uccellini continuano a cercare cibo davanti alla nostra porta, la primavera sta rianimando prati, fiori e alberi. Fra un po’ torneranno le api, le farfalle, i grilli e quelle mosche un po’ fastidiose. Voi non tornerete e tra “questa immensità s’annega il pensier mio” per citare di nuovo Leopardi. Finire nel mare mosso dei ricordi e cercare di restare a galla è una fatica titanica ma necessaria. Alternative non ce ne sono. Cari ragazzi un altro anno è passato. L’età del tramonto incombe. Io e Dina per ora siamo ancora qui. E voi con noi. Sempre. Ciao Domenico, ciao Maria Paola. Un bacio. Al prossimo anno, a Dio piacendo. Mamma e papà. Aprile 2026.
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