Visconti, lady restanza: «Non siamo solo cartoline, così rilanciamo i paesi»

La presidente dell’Osservatorio nell’intergruppo parlamentare: «Servono le capacità per generare vita, relazioni e opportunità»
SANT’EUSANIO FORCONESE. Prende spunto dal motto «l’unione fa la forza». Uno slogan da tradurre in atti pratici di programmazione sinergica in un territorio, quello delle aree interne, che soffre la piaga dello spopolamento, della carenza di servizi, di una ripresa imprenditoriale che viaggia a singhiozzo. Deborah Visconti, sindaca di Sant’Eusanio Forconese, presidente dell’Unione dei Comuni Montagna aquilana e dell’Osservatorio Aree Interne in seno all’intergruppo parlamentare dedicato a territori, isole e realtà marginali, cambia l’angolazione della prospettiva: le aree interne da marginalità a centralità. Da elemento di debolezza a motore di sviluppo.
Presidente, lei ha indicato tre elementi, servizi, giovani e connessioni, per rimettere in moto il cuore dell’Abruzzo.
«Le aree interne non sono un problema da gestire, ma una risorsa strategica su cui costruire il futuro. Occorre un cambio di prospettiva netto, che parte da un dato di fatto: per troppo tempo borghi e territori montani sono stati considerati periferici rispetto ai grandi centri, subendo un progressivo impoverimento demografico e di servizi. Oggi, però, quella lettura appare superata».
Ne è convinta?
«Certo. Le aree interne sono luoghi che custodiscono un patrimonio straordinario di capitale umano, sociale e culturale. Il punto non è la loro fragilità, ma il fatto che non sono state messe nelle condizioni di esprimere il loro potenziale».
È da qui che bisogna ripartire?
«Il tema centrale è quello che gli esperti definiscono metabolismo dei territori».
Una sorta di processo biochimico territoriale?
«Sì, per trasformare nutrienti e ossigeno in energia: in altri termini, la capacità di un’area di generare vita, relazioni e opportunità. Quando questo meccanismo si blocca, arrivano spopolamento e declino. Quando invece funziona, i territori tornano ad essere attrattivi».
Interessante...
«Molto. Non basta parlare di borghi come cartoline: è un concetto bello, ma superato e statico. Bisogna rimettere in moto servizi, comunità, lavoro e connessioni. Solo così si crea futuro».
Come si pone, in questo scenario, la provincia dell’Aquila?
«Rappresenta un caso emblematico. Un territorio vasto, fatto di piccoli comuni, aree montane e borghi, che dopo il sisma ha già dimostrato una forte capacità di resilienza».
Qualcuno dice che della parola “resilienza” si faccia un abuso dalle nostre parti. Secondo lei?
«La ricostruzione ci ha insegnato che non si tratta solo di rimettere in piedi edifici, ma di ricostruire comunità. Oggi dobbiamo fare un passo in più: trasformare quella esperienza in un modello di sviluppo stabile».
E come?
«Un ruolo fondamentale lo giocano le Unioni dei Comuni. Nessun piccolo comune può affrontare da solo le sfide di oggi».
Lo dice anche da sindaco di un piccolo centro?
«L’esperienza diretta è fondamentale. Lavorare insieme significa rafforzare i servizi, migliorare la capacità amministrativa e costruire progettualità più solide. Accanto al livello locale, però, serve una visione nazionale. Ed è proprio questo l’obiettivo dell’Osservatorio Aree Interne».
Di cosa si tratta?
«Di uno strumento di analisi dei bisogni, delle criticità e delle potenzialità delle aree interne: la base per una programmazione ragionata, calata appieno sui territori. Serve una strategia di lungo periodo che metta al centro infrastrutture, sanità, scuola e digitale. Le aree interne devono diventare una priorità stabile, non un tema occasionale».
Il nodo più delicato resta quello dello spopolamento?
«È bene evitare semplificazioni. Le persone non vanno via dai piccoli centri, magari montani, per scelta ideologica, ma perché mancano opportunità. Se vogliamo invertire la tendenza, dobbiamo creare condizioni concrete: lavoro, servizi, qualità della vita. E soprattutto investire sui giovani».
Ci parli dei progetti.
«Come Unione dei comuni montani stiamo partecipando a moltissimi bandi. Di recente, abbiamo acquistato due pulmini per il trasporto dei ragazzi, a supporto delle attività sportive. Proprio i giovani rappresentano la chiave per il rilancio. Formazione, innovazione e nuove possibilità imprenditoriali possono trasformare i territori in luoghi di opportunità, non di rinuncia».
C’è un bel da fare...
«Il lavoro è imponente: l’Unione dei Comuni della montagna aquilana abbraccia 27 comuni. Un territorio vasto e variegato, con esigenze differenti».
Una rete territoriale ben collegata alla città dell’Aquila come progettualità?
«Il rapporto tra città e aree interne è fondamentale. Se si svuotano i territori, si indeboliscono anche le città. Dobbiamo costruire un equilibrio nuovo».
Sfida complessa.
«Ma inevitabile. Il futuro dei territori passa dalla capacità di rimettere al centro le comunità e attivare le energie locali».
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