Studio delle macerie con satelliti e sensori del progetto Enea

11 Settembre 2020

L’AQUILA. Satelliti, sensori ad alta risoluzione, algoritmi e tecniche avanzatissime per la ricostruzione. A quattro anni dal sisma distruttivo che ha colpito il Centro Italia, l’Enea (Agenzia...

L’AQUILA. Satelliti, sensori ad alta risoluzione, algoritmi e tecniche avanzatissime per la ricostruzione. A quattro anni dal sisma distruttivo che ha colpito il Centro Italia, l’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) ha presentato una metodologia innovativa che consente di caratterizzare le macerie prodotte a seguito di terremoti e di valutare in tempi rapidi e a costi contenuti la tipologia di materiali, l’eventuale pericolosità, ma anche di localizzarle e stimarne superfici e volumi. Sviluppata e testata da un team multidisciplinare di ricercatori Enea su un campione rappresentativo di macerie del centro storico di Amatrice, questa metodologia combina tecniche di telerilevamento basate su dati acquisiti da sensori ad alta risoluzione aerei e satellitari, nonché su rilievi in loco per la calibrazione dei dati acquisiti in remoto. Inoltre è replicabile e adattabile ad altri contesti. La metodologia è descritta in uno studio pubblicato su una rivista internazionale. Per individuare i cumuli di macerie e determinare l’entità del danno subìto dagli edifici, i ricercatori hanno utilizzato i dati satellitari Sentinel-2 del Programma Esa Copernicus per la Gestione delle Emergenze (Ems). Le analisi geospaziali coadiuvate da algoritmi hanno consentito di stimare sia i volumi che le principali tipologie di macerie come cemento (59%), mattoni naturali (9%), altri materiali, tra cui metallo (8%), e tracce di amianto.
«Le macerie prodotte a seguito di terremoti ed eventi estremi devono essere mappate e caratterizzate per disporre di informazioni fondamentali per la gestione ottimale delle attività emergenziali e la risoluzione di problematiche post-evento», dice Sergio Cappucci (dipartimento Enea di Sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali). «I risultati ottenuti hanno permesso di caratterizzare i principali materiali con un’accuratezza di quasi il 90% e anche di rilevare la presenza di amianto in modo da avere un quadro conoscitivo per agire in condizioni di sicurezza e decidere le procedure di gestione più idonee come l’eventuale riutilizzo o lo smaltimento e rimozione». Mettendo insieme i risultati dell’applicazione della metodologia alla mappa di microzonazione, i ricercatori hanno realizzato una “fotografia” delle aree a rischio.(g.p.)