Tasche cucite per lo sport

Rugby in difficoltà, calcio a rischio crac. Imprese e manager sul banco degli imputati
L’AQUILA. Il cantiere più grande d’Europa che non riesce a reggere una squadra di calcio in serie D e una di rugby in serie A è uno dei misteri buffi di una città che sta per perdere entrambe le realtà. E forse ancora non se n’è accorta. Del tema del mancato reinvestimento dei profitti della ricostruzione in attività a favore della città si è occupato il Centro con una serie di inchieste, le ultime delle quali pubblicate il 4 e 5 settembre scorsi. Nella prima, il presidente della Federugby regionale Giorgio Morelli si appellava al sindaco Pierluigi Biondi chiedendo il sostegno delle imprese «che stanno guadagnando tanto e dovrebbero avere l’obbligo etico e morale di lasciare una parte del loro guadagno a beneficio del territorio». Appello caduto nel vuoto. Nella seconda è stato messo ai raggi X il fondo etico dell’Ance, l’associazione dei costruttori, fermo al palo e senza investimenti di una certa portata per il sociale e lo sport. Una delle iniziative avviate e propagandate a più riprese, ma andata ben al di sotto degli effetti sperati. Tra accuse e controaccuse. L’ex numero 1 dei costruttori, Gianni Frattale, ha chiamato in causa «le imprese di fuori» respingendo le accuse di tirchieria rivolte agli aquilani.
SPONDA CALCIO. Sull’altro fronte, in mezzo al guazzabuglio di una trattativa in piedi da mesi, ma non ratificata nei tempi giusti, tra Corrado Chiodi e una nuova cordata rappresentata dall’imprenditore romano Umberto Fioravanti, si è dovuto fare ricorso a una colletta (e ai soldi dei 118 abbonati) per pagare il primo rimborso ai calciatori. Parlare di «crisi di liquidità» quando vengono chiusi appalti da 6/7 milioni a botta appare arduo. E manda in bestia i tifosi.
GLI ERRORI. I motivi del declino, che chiama in causa il mondo imprenditoriale, sono molteplici. E se la crisi economica generale, a queste latitudini, può essere accampata fino a un certo punto, le vere cause vanno ricercate in un calderone pieno zeppo di errori. Si va dall’errata gestione manageriale (e degli impianti sportivi) alla scarsa propensione a investire nel terzo settore fino alle voragini di debiti che finiscono per strangolare i club e impediscono il rinnovamento dei vertici. Senza tralasciare, poi, vere e proprie guerre di vicinato come quella del rugby, che, in più, si connota anche come una sorta di regolamento di conti tutto interno al centrosinistra. Basta leggere, a caso, due righe dalla lettera della Polisportiva (presidente l’architetto Vincenzo de Masi) all’Aquila rugby club. Una lettera, da premettere, che riapre la trattativa per la cessione degli atleti che eviterebbe la radiazione. Punto B: «Per la parte economica, considerati i precedenti con codesta Società, si richiede di non emettere titoli della stessa, ma titoli personali (assegni) di eventuali garanti». Come dire: «Pagare moneta, vedere cammello».
ALLA GUERRA. «Se la guerra poi adesso cominciamo a farla noi...». Chissà se i ventenni atleti neroverdi hanno riascoltato “Gli spari sopra” di Vasco Rossi poco prima di radunarsi nella tribuna intitolata a Mauro Zaffiri, scomparso poco più di un mese fa, per leggere, tra le lacrime, parole dure come pietre. Tra le tante sofferenze patite per la malattia, al presidente-tuttofare è stata risparmiata almeno quest’ultima. Se n’è andato prima di vedere la sua squadra non scendere in campo. Per la prima volta dopo 80 e passa anni di storia. Ma i suoi amati atleti hanno colto nel segno. Qualcosa si muove per salvare il rugby. Tra chi spinge per arrivare subito al fallimento e acquisire il titolo sportivo pulito evitando, così, di accollarsi i debiti e chi resiste per aggregare nuovi soci e mantenere in piedi la baracca con tutti i suoi problemi, qualcosa sembra essersi rimesso in cammino. L’approdo è incerto. Ma si riparte. Oggi l’assemblea dei soci (Luigi Fabiani, Fulvio Angelini, Fulvio Vincenzo Giuliani, Aldo Zecca e gli eredi di Mauro Zaffiri) prepara le garanzie. Il dg Fabiani dichiara: «Stiamo facendo tutto per giocare domenica. Come abbiamo cercato di fare tutto anche per l’altra domenica».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

