Terremoti e dolore, il viaggio di Toomey

Così la giornalista e scrittrice inglese racconta in un libro le catastrofi dell’Aquila e di Amatrice
L’AQUILA. Un viaggio attraverso il Centro Italia nelle zone più colpite dai terremoti del 2009 e del 2016. Lo ha compiuto un paio di anni fa la giornalista e scrittrice inglese Christine Toomey che si è occupata di “affari esteri” per il Sunday Times per più di vent’anni raccontando eventi dall’America Latina, dal Medio Oriente e dall’Europa. Gran parte del suo lavoro si è concentrato sui reportage ma non mancano interviste, commenti e scritti di viaggio. L’idea del viaggio nei luoghi distrutti dal terremoti non nasce per caso. Toomey ha ristrutturato una casa ad Amandola, cittadina medievale appena dentro i confini del parco nazionale dei Monti Sibillini, nelle Marche. Nel 2016, scrive la giornalista «la pace e la bellezza di questo amato paesaggio sono state gettate nel caos quando una serie di potenti terremoti ha colpito il cuore dell’Appennino». A quel punto è partito il viaggio «alla scoperta della storia di un paesaggio che ha dato i natali a tanta cultura e civiltà occidentale» nel quale racconta «le storie di coloro che sono stati violentemente e bruscamente costretti a lasciare le loro case e le loro comunità».
Il libro si intitola “When the Mountains Dance”, traducibile con “Quando le montagne ballano” con sottotitolo “Amore, perdita e speranza nel cuore dell’Italia”. La «filosofia» di fondo del volume è il «riconoscimento dell’incertezza fondamentale che definisce tutte le nostre vite, i terremoti si presentano in forme diverse e rimodellano le nostre esistenze». Ci sono naturalmente molte pagine dedicate all’Aquila e al terremoto del 2009. Eccone un breve passaggio: «La sera prima di lasciare L’Aquila le sue strade luccicavano di una pioggia costante. Quella sera piazza Duomo era quasi del tutto deserta. Mentre mi trovavo davanti alla chiesa di Santa Maria del Suffragio… mi resi conto di una presenza dietro di me. Mi voltai e vidi una figura che indossava un cappello a cilindro e una giacca di velluto marrone con un fiocco gigante al collo. Il volto della persona era coperto da una maschera d’argento, così che, in un primo momento, non riuscii a distinguere se fosse un uomo o una donna. Ma dal modo in cui la figura si muoveva, con un leggero dondolio, mi accorsi che era una donna bassa, un po’ curva e non giovane. Con una mano teneva in alto un enorme ombrello bianco e nero. Con l’altra stringeva la maniglia di un carretto su cui aveva legato una vecchia radio che sembrava trasmettere un talk show a basso volume. Frugandosi in tasca tirò fuori due palline blu e rosse e iniziò a giocarci con una mano. Era un pagliaccio anche se non c’era niente di allegro nel suo contegno. “È troppo triste, è troppo triste camminare da sola per queste strade deserte” disse infine rimettendosi in tasca le palline “vengo qui di notte e cerco di ricordare come erano queste strade quando ero bambina”. E questo? Chiesi, guardando il suo carrello. “È così che posso almeno sentire altre voci” disse, nascondendo l’espressione con la maschera sul suo viso. Detto questo se ne andò, trascinandosi dietro la radio con una malinconia che riassume lo spirito della città distrutta».(g.p.)

