Tragedia in Svizzera, parla la madre di un 30enne aquilano: «Mio figlio era a Crans-Montana, ho passato le ore più brutte della vita»

Al Centro la testimonianza di una donna dell’Aquila: «Mio figlio ha festeggiato il Capodanno nella località sciistica. Per fortuna quella notte ha scelto un altro locale, ma l’agitazione è stata tantissima»
L’AQUILA. Quattordici italiani feriti, sei connazionali ancora dispersi e altrettante famiglie divise tra chi prega fuori da un ospedale elvetico o milanese, chi è in costante contatto con la Farnesina e chi invece si è già chiuso nel dolore, dopo che le ultime speranze di rivedere il proprio figlio sano e salvo si sono definitivamente infrante contro il muro di un identificazione capace di non lasciare spazio a dubbi. Tra queste, alcune ore dopo il disastro abbattutosi la notte di capodanno all’interno del bar-pub Le Constellation di Crans-Montana (Svizzera) – il cui bilancio, ancora parziale, è di oltre 40 vittime – c’era anche una mamma aquilana, che ieri sera, a differenza di tante altre, ha potuto riabbracciare suo figlio, di 30 anni. L’ultima volta che si erano visti era alla vigilia di quel ponte tra Natale e Capodanno che il suo ragazzo aveva deciso di trascorrere proprio a Crans-Montana, dove la sua fidanzata ha un alloggio e dove si recano appena possibile pur di poter sciare. «Sono state le ore più brutte della mia vita», dichiara al Centro la donna, che preferisce mantenere l’anonimato («C’è chi ha da raccontare di più, purtroppo»), con il figlio già in viaggio verso L’Aquila, dove ad attenderlo, ieri, c’era tutta la sua famiglia. «Mio figlio, per fortuna, al momento del disastro non si trovava all’interno di quel locale, anche se lo conosce benissimo essendoci stato diverse volte in passato. Solo che io non sapevo dove si trovasse di preciso. Così, quando sono venuta a sapere tutto quello che era successo, ho provato a chiamarlo immediatamente, ma lui non rispondeva. Ed è lì che ho cominciato a preoccuparmi. Mi aveva detto che sarebbe andato a festeggiare il capodanno a casa di amici, tanto che continuavo a ripetermi di dover stare tranquilla. Ma niente mi toglieva dalla testa che potesse aver deciso di andare a fare un brindisi al “bar del paese”». È così che chiama quella trappola di fiamme che in pochi istanti è diventato Le Constellation, a conferma della familiarità del luogo. Poi, all’improvviso, finalmente il telefono che squilla: «Era lui. Non posso descrivere la sensazione che ho provato nel sentirlo al sicuro, estraneo a quello stesso inferno le cui immagini mi scorrevano sotto gli occhi attraverso la televisione. Mi ha detto che non rispondeva perché stava dormendo, e che al risveglio aveva trovato sul suo telefono qualcosa come 40 tra telefonate e messaggi. Persone che si sono subito allarmate sapendo dove avesse scelto di passare il capodanno». Un falso allarme, dunque, quello della mamma, compagna di un medico, che ci tiene a mantenere l’anonimato per rispetto nei confronti di tutte quelle famiglie viceversa rimaste toccate dalla tragedia. «Ho a cuore tutte le mamme che sono ancora appese a un filo di speranza. E anche a tutte quelle che invece sanno già che non rivedranno i figli».
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