40 anni del Centro, Galasso: «Portai il full color, la mia vittoria più grande»

31 Luglio 2026

L’intervista all’ex consigliere delegato: «Un percorso intenso, lungo dieci anni. Aiutammo i terremotati aquilani con una raccolta fondi da 1,8 milioni di euro»

PESCARA. «I vertici del Gruppo Espresso mi spedirono a Pescara per chiudere il giornale. Replicai che avrei fatto l’opposto. Si imbestialirono, ma andai avanti per la mia strada: per salvare il Centro dal crollo delle vendite bisognava rischiare e investire. E così abbiamo fatto». Appena varca la soglia della redazione – quella che lui stesso ha voluto e inaugurato nel 2010 in via Tiburtina 91 – Domenico Galasso comincia a guardarsi intorno. L’ex consigliere delegato del quotidiano d’Abruzzo (2006-2016), che molti ricordano per quel suo piglio autoritario e per un modo di fare che non ammetteva repliche, cammina lento nei corridoi, cercando con gli occhi i frammenti di un passato fermo al 2016, l’anno dell’addio al Gruppo Espresso. Romano di nascita ma girovago per vocazione, Galasso, 65 anni, cresce al seguito del padre, ufficiale dei carabinieri. La sua carriera inizia a 25 anni in Eni-Agip – dopo essere stato anche lui ufficiale dei carabinieri – gestendo per oltre un decennio il personale in svariati paesi dell’Africa (dalla Libia all’Angola). Dopo un’importante parentesi in Mediaset, nel 2001 assume la direzione nazionale della pubblicità in Manzoni (Gruppo Espresso). Nel 2006, invece, l’approdo in Abruzzo: inviato a Pescara con l’ordine di liquidare il Centro, ne assume la guida come consigliere delegato. Nell’aiutarlo a ripercorrere con noi gli inizi c’è la sua “vecchia guardia”: il direttore della tipografia, Alfonso Arcangeli, e il responsabile di diffusione e marketing Sandro Perilli.

Galasso, perché i vertici di Roma volevano chiudere il quotidiano?

«Perché fino al 2006 il giornale era sempre stato in perdita, con i bilanci in rosso. Per la dirigenza nazionale l’Abruzzo era solo una regione di passaggio verso la Puglia o le Marche, una realtà non stanziale. Inoltre, non amavano i quotidiani locali: per loro esisteva solo la Repubblica».

Se lo ricorda il suo primo giorno in redazione?

«Conobbi Arcangeli e gli dissi: “Ciao, stasera andiamo in rotativa”. Entrammo nel vecchio stabilimento, un posto che definire da terzo mondo è poco».

Ma è vero che ha seguito in prima persona il passaggio al full color...

«Sì, e fu il traguardo di cui vado più fiero insieme a tutta la vecchia squadra dei poligrafici, supportati dalla diffusione e dal direttore di quegli anni, Luigi Vicinanza. Ma fu un percorso tormentato. Ricordo infatti un viaggio a Roma nel luglio del 2007 in cui i vertici ci dissero: “Il nuovo stabilimento non lo farete mai”. Replicai: “Fosse l’ultima cosa che faccio, lo stabilimento e il full color si faranno”. Senza quella svolta, nel 2008, il giornale sarebbe morto».

Alla fine come ci è riuscito?

«La prima notte le macchine non ne volevano sapere di partire. Fu allora che Sandro e Alfonso mi dissero: “Lo tireremo fuori con le mani, ma stasera usciamo a colori”. E alla fine, quella sera, ci siamo riusciti».

Come reagirono i vertici a Roma quando capirono che, anziché chiudere il giornale, lo stava rilanciando?

«No comment, preferisco non parlarne per evitare querele (ride, ndr). I dati economici iniziarono a darci ragione dal 2007, anche grazie a operazioni di marketing efficaci come il calendario dell’Orso Bernardo, avvelenato in quel periodo».

Eppure, qualcuno la descriveva come un capo poco incline alla democrazia...

«Confermo, decidevo io. C’era una forte mentalità improntata al risparmio e alla paura del futuro. Roma voleva che stampassimo da loro, imponendoci la chiusura del giornale alle 22.30. Sarebbe stato un suicidio editoriale».

Quindi nessuno scontro con i giornalisti?

«Mai. Durante le grandi emergenze chiamavamo gli operai che erano già a letto e loro tornarono in stabilimento senza esitare. Questo succede solo se la squadra si fida di chi la guida. Un percorso intenso condiviso con mia moglie Paola e mia figlia Francesca Romana».

Si dice che il picco di vendite ci sia stato con il terremoto dell’Aquila, conferma?

«Raggiungemmo il record storico con oltre 36mila copie vendute al giorno. Furono notti infinite passate in rotativa, a consumare sigarette e a stringerci attorno ai drammi personali dei nostri colleghi, come quello di Giustino Parisse, che porto sempre nel cuore. Con la redazione dell’Aquila distrutta, creammo una redazioni mobile, ovvero un camper con le insegne del Centro. Per mesi distribuimmo il giornale gratis ai terremotati e la nostra raccolta fondi fatturò 1 milione e 800mila euro. Ricostruimmo anche la redazione in una casetta di legno a Coppito, montando un’insegna luminosa per illuminare il buio di quelle notti».

Poi, nel 2016, la cessione del giornale da parte del Gruppo Espresso.

«Sì, ma è un argomento di cui non amo parlare. Lo venni a sapere a cose già fatte, proprio perché sapevano benissimo che mi sarei opposto con tutte le mie forze. Col senno di poi, fecero la scelta aziendale giusta, tanto che in seguito hanno venduto tutti gli altri giornali locali. Dopo Pescara sono stato direttore del personale al Sole 24 Ore, poi mi sono spostato in Alitalia e infine tra i soci fondatori di Ita-Erlus».

Nessun rimpianto, quindi?

«No, nulla. Non sono perfetto, ma ho avuto la fortuna di guidare una squadra di veri professionisti. Il mio unico merito è stato quello di saperli valorizzare, mettendoli in gioco. Sono andato via con tante soddisfazioni».

La più grande?

«Il full color, non ci sono dubbi».

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