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Non è facile parlare di Ettore Spalletti, tra gli artisti più significativi del nostro tempo.Solitario, schivo, lontano dai clamori che impone il mondo dell’arte contemporanea, ha vissuto nella sua...
Non è facile parlare di Ettore Spalletti, tra gli artisti più significativi del nostro tempo.
Solitario, schivo, lontano dai clamori che impone il mondo dell’arte contemporanea, ha vissuto nella sua casa di un minuscolo paese, Spoltore, in Abruzzo. Impossibile ripercorrere le tappe della sua lunga e straordinaria carriera. Nato a Cappelle sul Tavo, nelle dolci colline alle spalle di Pescara, espone nelle più prestigiose sedi internazionali, da Documenta di Kassel alla Biennale di Venezia, senza contare Parigi, New York, Madrid, Roma, Napoli, Monaco... La sua opera sfugge a qualunque griglia che lo vorrebbe minimalista, concettuale, poverista…
In realtà, Spalletti è stato un artista profondamente classico che ha saputo accogliere ed elaborare la grande tradizione italiana con profonda intelligenza e raffinata eleganza, interpretandone con sapienza “contemporanea” le sfide più importanti. Con grande maestria nell’uso di diversi materiali come il marmo, l’alabastro, l’onice, la foglia d’oro, la carta, i pigmenti, l’artista pone al centro della sua poetica l’unità del rapporto spazio/colore. Occorre sfondare la superficie bidimensionale del dipinto e togliere dal quadro la cornice. Allora, lo spazio a due dimensioni si trasforma in spazio reale e tutto diventa possibile. In questo modo la sua opera, sia che si tratti di superfici piane, sia che si traduca in veri e propri ambienti, come la splendida cappella di Villa Serena vicino a Pescara, intende suscitare un’esperienza immersiva in cui lo spettatore, soggiornando in spazi luminosi, è invitato a sentirsi accolto, avvolto in un silenzio metafisico.
Nelle sue opere tutto parla di luce. Di fatto, Spalletti compie una sintesi perfetta delle indagini classiche sulla luce, riflettendo sulla calda e dorata luminosità bizantina, per elaborarla con la raffinata dolcezza cromatica di un Beato Angelico, unendo il rigore volumetrico spaziale di Piero della Francesca con il dolce tonalismo lirico di Giovanni Bellini e con le sottili indagini sui riflessi di Leonardo, fino a giungere alle contemporanee ricerche sulla luce e sul colore.
“Ombre d’azur, transparence” è il titolo della sua ultima mostra di Monaco. È come se l’ombra azzurra si facesse trasparente, cristallina. Oppure “Un giorno così bianco, così bianco” era il titolo del progetto che aveva riunito tre musei, il Madre di Napoli, il MAXXI di Roma e la GAM di Torino.
Se tutto è bianco, non c’è spazio per il dramma provocato dall’ombra, ma esiste solo l’eterno, nella sospensione della contingenza del tempo. Il chiaroscuro è abolito, annullato, cancellato. Anzi, l’ombra appare luminosa, in quanto tutto è trasfigurato, avvolto da una luce quieta e morbida, che sembra annunciare la meta del nostro destino: la luce.
L’atmosfera, grazie al variare continuo ma impercettibile della luce, si fa spazio indefinito, abitato da un’energia tremula, vibrante. Sembra respirare, per entrare in sintonia con la nostra vita, accompagnandoci verso la bellezza di una rivelazione, in cui ci attende il riposo, la pace. Anche i colori prendono vita, dando origine a tonalità sempre diverse, in cui un azzurro tenue può flettersi verso impalpabili cromie che suggeriscono un blu intenso, incedendo poi verso il verde, il rosa, fino all’oro.
In questo senso, la sua “arte” suggerisce un intimo senso di trascendenza, nella creazione di un’opera d’arte totale. Forse, mai come in Spalletti, nell’arte contemporanea, estetica e metafisica s’intrecciano in un’unità indissolubile. Come nelle sue ultime stanze, veri capolavori di sintesi tra architettura, pittura, scultura. Ogni articolazione spaziale sembra sciogliersi, dissolversi. I pannelli monocromi azzurri, grigi, rosa o bianchi, emergono miracolosamente dalle pareti come diaframmi che ci proteggono da una luce troppo intensa, per annunciare improvvise apparizioni. Accarezzandoci, ci accompagnano nel silenzio, stanza dopo stanza, accordo dopo accordo. La luce s’irradia dal soffitto alle pareti, ai volumi, alle sculture, creando un’unità spaziale di straordinaria potenza evocativa. Ogni elemento, anche il più semplice, si fa carico di senso, portatore di un arcano messaggio, diventando simbolo di una realtà divina.
In questo modo, nella luce, i suoi misteriosi volumi, come la “Salle des départs” vicino a Parigi, irradiano una sacralità intima e profonda, trasformandosi in spazi di raccoglimento, di contemplazione e di preghiera, di rivelazione dell’invisibile nel visibile, in luoghi d’attesa di un’imminente irruzione del divino.
Caro Ettore, se tutto il tuo lavoro è fondato sull’indagine della luce, sei ora nella luce meravigliosa della Gerusalemme Celeste, in cui non c’è più bisogno né della luce del sole né di quella della luna, perché la gloria di Dio illumina ogni cosa. Tu, in tutta la tua vita hai ricercato quella luce, per potercela annunciare. Grazie.
* Direttore Galleria
San Fedele, Milano
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