Abusi nel convitto: il custode condannato a 3 anni e 10 mesi

3 Ottobre 2019

Rito abbreviato per il dipendente dell’Agrario che si è visto comminare anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Risarcimento di 10mila euro per i due ragazzi che si sono costituiti parte civile

PESCARA. Tre anni e dieci mesi di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Questa la condanna che il tribunale collegiale di Pescara (presieduto dal giudice Maria Michela Di Fine) ha inflitto ieri a Dante Di Serio, il custode del convitto dell’Istituto Cuppari di Alanno, che era accusato di violenza sessuale nei confronti di cinque studenti che erano ospiti della struttura e che all’epoca dei fatti erano tutti minorenni.
Il collegio ha condannato l’imputato, con il rito abbreviato (e dunque con una pena ridotta di un terzo) per i due episodi che riguardavano le due parti offese costituite, ma lo ha assolto per le vicende riferite agli altri tre ragazzi che non si sono peraltro costituiti nel processo. Disposto dal tribunale anche il risarcimento dei danni alle parti offese che verrà stabilito in sede civile, con una provvisionale però di 10 mila euro a testa per i due ragazzi molestati. Inoltre i giudici hanno anche stabilito la misura del divieto di avvicinamento ai minori da parte dell’imputato per la durata di un anno.
«Siamo soddisfatti», ha commentato l’avvocato Carlo Corradi che insieme alla collega Concettina Di Luzio assisteva le due parti civili «in quanto la responsabilità penale dell’imputato è stata riconosciuta. Quanto alla pena bisognerà capire come sono state concesse le attenuanti generiche e come il tribunale sia sceso sotto i 5 anni chiesti dall’accusa. Leggeremo le motivazioni. Restano purtroppo il fatto che si è trattato di episodi che sono gravissimi e peraltro commessi all’interno di un istituto».
La collega Di Luzio ha sottolineato l’importanza delle «condanne accessorie e il fatto che non è stata neppure revocata la misura di non avvicinamento alle parti civili». L’imputato, presente in aula con la figlia, assistito dal suo legale di fiducia, l’avvocato Uberto Di Pillo, non ha lasciato trasparire nessuna emozione alla lettura della sentenza. I fatti contestati dall’accusa si verificarono a cavallo tra il 7 febbraio e il 22 marzo del 2018. Stando a quanto ha sostenuto la procura, gli episodi si sarebbero consumati all’interno del convitto (da qui l’aggravante contestata alla fine della fase dibattimentale e che fece decidere la difesa a chiedere il rito abbreviato). L’imputato, in più di un’occasione avrebbe attirato i ragazzi nella sua stanza con la scusa di vedere insieme la televisione e avrebbe compiuto gli abusi. Li avrebbe «stretti a sé, palpeggiati, baciati sul collo, denudandosi, toccandosi nelle parti intime e mostrando agli studenti i propri genitali», come si legge nel capo di imputazione. A dare il via all’inchiesta fu la dirigente scolastica, una volta venuta a conoscenza della vicenda. Dalla denuncia iniziarono le indagini e i carabinieri posizionarono anche delle telecamere all’interno del convitto e le immagini avvalorarono le accuse.