Adamo, il re dei banchetti e la generazione sushi

1 Maggio 2016

Una storia fatta di 5mila matrimoni e 40 anni tra ristoranti, bar e discoteche Di Natale racconta da dove è partito: mi chiamavano “lu scamorzar”

PESCARA. Abbondanza e chitarra all’abruzzese. Dopo quasi quarant’anni, e oltre cinquemila feste di matrimonio, il re di banchetti e cerimonie Adamo Di Natale ne ha viste di tutti i colori, compresa la sposa abbandonata all’altare che ha festeggiato ugualmente con gli invitati. E di una cosa è certo: «La festa durerà sempre, cambierà il modo di farla, ma durerà, e la pretesa resterà l’abbondanza. E la chitarra all’abruzzese naturalmente». Di Natale lo racconta seduto al tavolo di una delle creazioni più recenti, la Cantinetta Di Sipio adiacente allo storico Berardo (pure suo) di corso Umberto, e lo fa con la certezza di chi ha imparato sulla propria pelle che nella vita bisogna osare e giocare al rilancio, «perché solo così riconosci quando passa la fortuna ».

Il Parco dei Principi sulle colline di San Silvestro, Sayonara a Tortoreto, Tenuta di Sipio a Ripa Teatina, e ancora a Pescara i ristoranti Regina Elena e Hombre, il bar pasticceria Berardo con annessa Cantinetta e, ultima acquisizione della sua Mas Grandi Eventi, Le terrazze, all’ultimo piano dell’hotel Esplanade sono la mappa - oltre a Thomas, all’invenzione del mitico Lenny’s club e alle stagioni magiche dell’hotel Panorama di Passolanciano - di una vita che alle soglie dei 67 anni è ancora assetata di futuro. «Sono un combattente, solo la morte mi può fermare».

Di Natale, la sua avventura imprenditoriale iniziò quasi 40 anni fa sotto il segno dell’amicizia con il compianto Stefano Mezzazappa, suo socio storico fino alla scomparsa, nel 2013. Come vi siete conosciuti?

Da ragazzi, davanti al Gran Caffè, sotto ai portici dell’ex cinema San Marco. Stavamo più o meno sempre là, ci conoscevamo tutti, io all’epoca avevo una Mini Cooper e lui me la chiese per uscire con una ragazza. Diciamo che l’amicizia è iniziata da quel momento.

E quant’è durata?

Abbiamo passato trent’anni a lavorare insieme, finchè ha vissuto. Mai avuto problemi. Eravamo due persone diverse, ma l’uno compensava l’altro. Le cose sono un po’ cambiate con la sua malattia.

Che cosa le manca di quell’amicizia?

Io e lui abbiamo sempre giocato, come Totò e Peppino. Tutte le mattine prendevamo il caffè insieme e avevamo quel modo di prenderci in giro a vicenda che è poi quello che mi manca.

Ha parlato di una Mini Cooper, come e quando è cominciato il successo?

La verità è che mi sono sudato tutto. Mio padre Antonio era originario di Ascoli, con i nove fratelli era un grosso possidente terriero, con appezzamenti anche in Puglia, ma ebbe un tracollo finanziario e da quel momento cambiò tutto. Momenti dolorosi, in famiglia si sfasciò tutto. Fino al giorno prima avevo la baby sitter, all’improvviso ci siamo ritrovati senza niente. È stato un caos che ha cambiato la storia mia e dei miei fratelli Dario e Licia. I miei aprirono un box di mozzarelle e latticini al mercato di largo Scurti, che conserva ancora mia sorella, io lasciai la scuola in quinta elementare. Da piazza Muzii, dove abitavamo, andavo a scuola in via Roma. Iniziai ad aiutare i miei. Gli amici mi chiamavano “lu scamorzar”. Ma a 18 anni mi sono sganciato, e me ne sono andato.

Dove?

A Roma, da mio zio Vittorio De Cesaris, impiegato alle Poste, ma soprattutto campione del mondo di pattinaggio. Tramite lui ho iniziato a frequentare i locali più alla moda in quegli anni, mi misi a fare il pr al Number One, al Jacky ’O. Pochi soldi e molta avventura.

Anche molti flirt?

Vari, anche con personaggi importanti.

Mica Patty Pravo?

Non si può dire. Certo era il periodo del Piper, a fine serata bevevano da fare paura. Poi in uno di questi locali ci fu un blitz, sequestrarono la droga. Io non sapevo neanche che cosa fosse, ma non mi ritrovai più in quegli ambienti e me ne andai, a Milano, con l’unico rammarico di non essere riuscito a incontrare Flaiano, un personaggio mitico in quegli anni. Anche a Milano mi misi a fare il pr in una discoteca, il Fitzgerald. Mi piaceva la vita notturna. Ssono rimasto un anno e mezzo, fino al 1970.

E poi?

Poi Parigi, andai con l’autostop da Milano e ci rimasi 5, sei mesi. Ma tornai a Pescara. Quell’estate conobbi una ragazza italo-americana in vacanza per trovare i parenti e con lei andai a Washington e a New York. Ma come con le altre finì male, me ne andai.

Perché?

Non lo facevo per cattiveria, eravamo vicinissimi al matrimonio e me ne andai. Avevo 24, 25 anni, non potevo sposarmi a quell’età.

E a che età si è sposato poi?

A 35 anni con Anna Paola Cavaliere. Lei è di Ortona, lavorava alla Caripe, a Pescara e frequentava il Lenny. Ei in discoteca, al Lenny, abbiamo fatto il buffet di nozze.

Il Lenny è stata un’altra delle sue intuizioni, come nacque?

Venivo dall’esperienza di Roma e Milano, ero stato in America. Con Roberto Fabbretti e Stefano Trimboli prendemmo il locale a Montesilvano e lo chiamammo Lenny’s club, copiando un locale di Miami. Ci venivano da tutto l’Abruzzo. Erano i primi anni Ottanta.

I dj di allora, chi erano e come li sceglievate?

Musicò dell’Aquila, Goffredo, Mimmetto Di Michele, Raffaele. I nomi non me li ricordo tutti, ma ai ragazzi che venivano a proporsi li facevo provare e dicevo: il successo lo facciamo se l’ospite si diverte, fateli ballare. Ogni 15 giorni andavamo a Roma a scegliere e a comprare i dischi, 200mila lire alla volta. Ci inventammo il sabato pomeriggio per i sedicenni, latte e menta e voglia di stare insieme. È stato il momento più bello, con i genitori che venivano ad accompagnarli. Il locale è ancora di nostra proprietà.

E perché lasciò?

Lo diedi in gestione perché mi sentivo già troppo vecchio per la discoteca e poi non vedevo più tanto futuro per quel genere. Con Stefano Mezzazappa ci buttammo sui matrimoni, prendemmo Villa Durini, e aprimmo il Parco dei Principi a San Silvestro. Prima come ristorante poi come vera e propria dimora per cerimonie.

Provi a fare un calcolo, quante feste di matrimonio ha organizzato?

Solo al Parco dei Principi diciamo una media di cento all’anno per trent’anni, e già sono cira tremila. Poi con gli altri locali arrivati dopo, Querce Grosse, Sayonara, Tenuta di Sipio, 300 l’anno, per dieci anni. Diciamo oltre cinquemila in tutto.

Il banchetto di nozze più strano?

Non si presentò lo sposo in chiesa, ma la famiglia della sposa volle festeggiare ugualmente. Il padre fu molto coraggioso, la prese a ridere.

La richiesta più strana?

Il cervo, che non gli ho fatto. Ma si esagera sempre, dalle colombe alle farfalle. Prima si esagerava anche con gli strascichi. Le spose venivano con dieci venti metri di strascico.

E il momento buffet?

Al buffet scatta sempre l’assalto, ora sono un po’ più educati a furia di farli avranno imparato che ce n’è per tutti.

Numero record di invitati?Un matrimonio con 500 invitati, c’erano tavoli da tutte le parti. Ma la media è scesa, prima si stava sui 160 oggi si arriva a cento.

Non abbiamo parlato di Passolanciano, in fondo è partito tutto da lì.

Sì, dall’hotel Panorama. Tra il 1978 e il 1980 un amico propose a me e a Stefano di gestire la piccola discoteca che c’era all’interno dell’hotel Panorama. Andò talmente bene che l’anno dopo prendemmo in gestione tutto l’hotel, per 3-4 anni. Fummo fortunati perché ci fu poca neve in molte parti d’Italia. Da Roma, da Milano venivano da noi.

Lo stesso successo si è ripetuto con Thomas, locale simbolo della Pescara da bere che lei e Mezzazappa prendeste da Masino Verrocchio.

C’era un clima magico, da noi venivano tutti. Un punto di riferimento. E poi c’era Maurizio (Verrocchio ndr), che rimase con noi.

Per tutti Maurizio di Thomas. Che tipo era?

Un farfallone. Maurizio è Maurizio.

La Pescara da bere di allora può tornare?

Impossibile, è cambiato l’approccio alla vita. Oggi stanno tutti con i telefonini, e vanno a mangiare il sushi. Ma quando mai? Che c’entra con noi? Niente in contrario con il sushi, ma se lo proponevi qualche anno fa te lo tiravano dietro. Ma Pescara si fa trascinare dalle mode.

Un difetto di Pescara?

L’acuto provincialismo, con una visuale un po’ più allargata sarebbe progredita di più.

La gente festeggia ancora?

Oggi festeggiano tutto, compleanni, lauree, matrimoni, ma in piccolo.

Che cosa le resta da fare?

Continuare. Con tutte le mie attività non c’è guadagno, si lavora per non chiudere, per salvare questa gente che lavora con me, 350 persone. Ma io sono la prova vivente che si può ripartire sempre. Anche senza aver studiato.

È un rimpianto?

Sì.

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