Pescara

Addio al professore Nicola Venosa, ex presidente degli arbitri. «Pescara perde un maestro di cultura e di umanità»

29 Ottobre 2026

Aveva 85 anni, è morto all’ospedale di Pescara. Domani (venerdì 30 ottobre) i funerali. Il ricordo dell’Associazione Editorius

PESCARA. Addio al professor Nicola Venosa, morto all’ospedale di Pescara all’età di 85 anni. E’ stato anche presidente della sezione arbitri pescarese. Lascia la moglie Maria e il figlio Paolo.

L’ultimo saluto domani (venerdì 30 ottobre) alle ore 15.30 al santuario del Cuore Immacolato di Maria, in via Vespucci, a Pescara.

Questo il ricordo dell’Associazione Editorius: “Nicola Ventosa ha abbracciato il sonno eterno. Il professore lucano, trapiantato a Pescara da oltre cinquant’anni, ha intrapreso il suo cammino celeste. Lo ha fatto a modo suo, con quella discrezione e quella determinazione che hanno contraddistinto la sua esistenza.

Lascia una città che gli deve molto e una comunità di ex studenti che, nel ricordarlo, ritroverà inevitabilmente un pezzo della propria giovinezza, della propria formazione e, soprattutto, della propria vita. Perché ma credo sia legittimo non è stato soltanto un insegnante di lingua e letteratura italiana e latina.

È stato un educatore nel senso più alto e autentico del termine: uno di quei professori capaci di andare oltre le pagine dei libri, di trasformare una lezione in un’occasione di crescita, di far dialogare il mondo classico con la contemporaneità e di trasmettere, insieme alla conoscenza, il valore della cultura, il rispetto per il prossimo e il gusto, mai scontato, del pensiero libero.

Originario di un piccolo centro della provincia di Potenza, Acerenza, dopo la laurea in Lettere classiche nell'Università Federico II di Napoli, approdò, ancora giovanissimo, all’Istituto Magistrale “B. Spaventa” di Città Sant’Angelo. Era un docente moderno, curioso, capace di intuire le potenzialità dei ragazzi e di stabilire con loro un rapporto che superava i confini, spesso rigidi, della tradizionale relazione tra cattedra e banchi.

Possedeva una rara capacità di entrare nella testa e nel cuore dei suoi studenti, lasciando un’impronta destinata a durare ben oltre gli anni della scuola. Successivamente arrivò al liceo Leonardo da Vinci di Pescara, l’istituzione scolastica che lo avrebbe accompagnato fino alla pensione e che rappresentò il palcoscenico privilegiato del suo lungo magistero. Da quelle aule sono passate intere generazioni di pescaresi, molti dei quali oggi affermati avvocati, medici, ingegneri e professionisti. Uomini e donne che, nella propria formazione, hanno conservato qualcosa di quelle lezioni: un riferimento culturale, una suggestione letteraria, una battuta fulminante, un invito a guardare la realtà da una prospettiva diversa.

Chi ha avuto la fortuna di essere suo allievo potrebbe raccontare mille aneddoti. Eppure, al di là delle differenze, tutti finirebbero probabilmente per convergere sul medesimo giudizio: Nicola Venosa era un uomo di altissimo profilo morale e professionale, un intellettuale raffinato e un educatore capace di lasciare il segno senza mai aver bisogno di alzare la voce o di esibire il proprio sapere. Le sue conversazioni erano un viaggio attraverso lo scibile umano.

La letteratura, la storia, la filosofia, l’attualità: ogni argomento poteva diventare il punto di partenza per una digressione illuminante, sostenuta da un linguaggio ricco, evocativo, allusivo. E poi c’era l’ironia, sottile e intelligente, mai fine a sé stessa, che rendeva il dialogo con lui un esercizio di piacere intellettuale. La cultura, nelle sue mani, non era mai un ornamento da esibire, ma uno strumento per comprendere il mondo e, possibilmente, sorriderne.

Venosa aveva il dono della parola e la generosità di chi non considera il sapere una proprietà privata. Lo dispensava con naturalezza, senza risparmio, trasformando ogni incontro in un’occasione per imparare qualcosa. Anche dopo la pensione aveva saputo mantenere vivi i rapporti con tanti dei suoi ex studenti, segno di un legame che il tempo non era riuscito a consumare. Perché certi professori si ricordano per i voti assegnati, altri per i libri spiegati; quelli davvero speciali continuano ad accompagnarti anche quando la scuola è diventata soltanto un ricordo.

Accanto alla scuola, c’era un’altra grande passione: il calcio. Anche in questo mondo Nicola Venosa ha lasciato la propria impronta, prima come arbitro apprezzato, poi attraverso un percorso dirigenziale nella sezione AIA di Pescara. Un’esperienza che racconta un’altra parte della sua personalità: il rispetto delle regole, il senso della responsabilità, la capacità di interpretare i ruoli senza perdere di vista il valore delle persone. Anche sul terreno di gioco, come in aula, servivano equilibrio, autorevolezza e intelligenza.

Pescara perde oggi un educatore d’altri tempi, ma non un uomo appartenente al passato. La sua modernità stava proprio nella capacità di tenere insieme la solidità della cultura classica e la sensibilità verso le nuove generazioni, il rigore dello studio e la leggerezza dell’ironia, la profondità del pensiero e la semplicità dei rapporti umani. In un’epoca in cui spesso si confonde l’informazione con la conoscenza e la comunicazione con il dialogo, la figura di Nicola Venosa ricorda quanto sia prezioso il ruolo di chi educa: non soltanto trasmettere nozioni, ma contribuire a formare coscienze, affinare lo spirito critico, insegnare a riconoscere la complessità delle cose e a non smettere mai di interrogarsi. Il suo lascito non si misura soltanto nei tanti studenti che hanno ascoltato le sue lezioni, ma nelle tracce che quelle parole hanno continuato a generare negli anni. È questa la forma più alta di immortalità a cui possa aspirare un maestro: sopravvivere nella memoria e nel pensiero di chi ha incontrato, continuando a parlare anche quando la voce si è spenta.

Alla moglie Maria e al figlio Paolo giungano le condoglianze più sincere e affettuose. A loro il dolore più intimo e personale di una perdita che nessuna parola può colmare. A Pescara, invece, resta la gratitudine per un uomo che ha saputo essere molto più di un professore: un maestro di cultura, un conversatore brillante, un cittadino esemplare. E forse, da qualche parte, Nicola Venosa avrà già ritrovato i suoi amati classici, pronto a discutere con Socrate, a interrogare Cicerone o a concedersi una delle sue irresistibili digressioni. Naturalmente, con quella punta d’ironia che rendeva ogni conversazione indimenticabile. Perché i grandi maestri, in fondo, non se ne vanno mai del tutto: cambiano soltanto il luogo dal quale continuano a insegnarci qualcosa».