Addio all’ex sindaco De Martiis: quante battaglie per Pescara

Le figlie: «Amava questa città, ma la trovava troppo caotica». Amministrò tra il 1988 e il 1990, si battè per le grandi opere e chiuse al traffico le vie del centro. I funerali oggi alle 16 allo Spirito Santo
PESCARA. E' morto l'ex sindaco Michele De Martiis. Aveva 92 anni. Da circa un mese era ricoverato in ospedale, dove è deceduto venerdì intorno alle 19.30. Lascia le figlie Carla, Marina e Caterina e i nipoti Claudio, Michela, Paolo e Gabriele. Il 31 luglio 2012 aveva perso la moglie, Mirit Mantini, detta Mira, e diversi anni prima, in un incidente stradale, aveva sofferto anche per la morte di un altro nipote, Enea, cronista del Centro.
I funerali del sindaco democristiano che guidò la città dal 14 aprile 1988 al 21 luglio 1990, si svolgeranno oggi alle 16 nella chiesa dello Spirito Santo. La messa sarà officiata dal parroco don Giorgio Campilii. La salma sarà tumulata al cimitero dei Colli.
Dai pescaresi sarà ricordato come il sindaco gentiluomo che fortemente volle la pedonalizzazione di corso Umberto con l’eliminazione del traffico anche nelle vie laterali. E il sindaco al comando della città quando ci fu la grande adunata degli alpini, nel maggio 1989.
I grandi progetti per la creazione della Pescara del futuro li plasmò con l’onorevole Giuseppe Quieti, suo grande sostenitore e amico, così come Gaetano Novello, che nel 1948, anno della Costituente, lo convinse a iscriversi alla Democrazia Cristiana.
Per 32 anni restò ai vertici dello Iacp, Istituto autonomo case popolari. Poi la svolta e l’avvio di una carriera politica, nata un po’ per caso, che volle interrompere negli anni ’90, dopo aver smesso i panni di primo cittadino, deluso dai risultati di una politica che diventava sempre più rampante e meno in linea con il suo stile sobrio, equilibrato, mai sopra le righe.
Divenne prima consigliere comunale, poi, in seguito alla dimissioni di Giuliano Torlontano, assessore (ruolo che mantenne all'Urbanistica per dieci anni) e infine sindaco per due anni e mezzo, dal 1988 al '90 dopo l'amministrazione di Nevio Piscione e prima di Giuseppe Ciccantelli.
A rivelare il De Martiis privato sono le figlie Marina, legale del Comune di Montesilvano, e Carla, insegnante di inglese e tedesco al Volta di Francavilla: «Nostro padre era un signore, papà e nonno affettuoso e presente. Era un uomo eccezionale, buono e generoso, adorava i suoi nipoti. Legatissimo a Pescara, negli ultimi tempi diceva che era diventata troppo caotica», ne era addolorato lui che aveva combattuto le auto in centro, e se fosse stato ancora in prima linea, proseguono le figlie dell’ex sindaco nato il 17 agosto 1926, cinque mesi prima dell’unificazione tra Pescara e Castellamare, «avrebbe voluto una città a misura di bambino e vivibile per gli anziani. La sua bontà d’animo non era solo per la famiglia, si occupava continuamente degli indigenti e di chi aveva bisogno di aiuto. Era una luce per la città, chi lo ha conosciuto lo ricorda per la sua cortesia e affabilità. Gli venivano le lacrime agli occhi quando per strada lo fermavano e gli dicevano “ecco il nostro sindaco” e gli stringevano la mano».
Sottolineano, Marina e Carla, che il loro papà «non era un politico, ma un amministratore, le sue competenze di geometra le ha sempre messe a disposizione della città che, sperava, non lo dimenticasse».
Rotariano per un periodo di tempo, con la moglie Mira condivideva la passione per il calcio. Una foto li ritrae insieme sugli spalti a tifare la squadra del Pescara. Amava viaggiare, Michele De Martiis. Carla: «Girava il mondo, adorava l’Africa in particolare. Ma indimenticabile e avventuroso fu il viaggio in Topolino fino in Francia con mia sorella Marina e mamma».
Ieri, alla camera ardente allestita in ospedale, e non nel palazzo comunale, i cittadini gli hanno tributato l’ultimo saluto ed è stato un via vai di persone che hanno incrociato il suo cammino. Dalla politica si allontanò «amareggiato», rivelano le figlie, «non si ritrovava più in quelli che erano i suoi ideali di persona che guardava al bene della comunità. Certo, ci avrebbe fatto piacere la camera ardente al Comune».
In una intervista rilasciata al Centro nel settembre 2013, De Martiis ammise che amministrare la città fu «un lavoro bestiale, ma certamente una esperienza esaltante». Tuonò contro quel modo di «fare politica per quattrini, noi lo facevamo perché ci piaceva. La politica va fatta per passione» è il suo testamento.

