Aggredito in carcere Agente penitenziario finisce in ospedale
PESCARA. Un agente di polizia penitenziaria è finito al pronto soccorso, ieri pomeriggio, in seguito all’aggressione di un detenuto. Dieci punti di sutura per il lavoratore che come altri suoi...
PESCARA. Un agente di polizia penitenziaria è finito al pronto soccorso, ieri pomeriggio, in seguito all’aggressione di un detenuto. Dieci punti di sutura per il lavoratore che come altri suoi colleghi si trova a dover affrontare turni singoli nella sezione psichiatrica del San Donato che ospita otto detenuti con gravi problemi psichici.
Secondo una prima ricostruzione l’uomo sarebbe stato colpito improvvisamente con due pugni e con il bastone della scopa dal detenuto che già dalla mattina aveva dato chiari segni di nervosismo, e che alla fine gli ha poi provocato il taglio sulla fronte. Immediatamente soccorso, l’agente è stato trasportato all’ospedale civile dove è stato medicato e sottoposto a tutti gli accertamenti. Ma l’episodio, come sottolinea Felice Rignanese, segretario provinciale del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria) riporta alla luce «le oggettive difficoltà di lavoro all’interno del carcere».
«Il problema», sottolinea il sindacalista, «è che questi reparti psichiatrici inizialmente erano nati con il patto che sarebbero stati gestiti unicamente dal personale sanitario. Ma solo in parte è così. Perché fermo restando la preparazione e l’ottimo lavoro della psichiatra della Asl e dello psicologo che si occupano degli otto detenuti psichiatrici di Pescara, è un fatto che alla fine restano sempre e solo gli agenti di polizia penitenziaria. E in particolare uno solo per turno».
Ma il problema non è soltanto questo. Secondo Rignanese, il problema dei pazienti psichici riguarda anche gli otto reparti comuni.
«Sparpagliati nei vari reparti ci sono una ventina di detenuti “attenzionati” per problemi contingenti che li rendono comunque a rischio per loro e per gli altri. Sono detenuti sottoposti ad attenta sorveglianza da parte del personale che si trova a dover vigilare su situazioni potenzialmente a rischio, mentre anche per gli altri detenuti la convivenza con loro si trasforma quasi in una doppia carcerazione. Ma questo», fa notare il sindacalista, «è lo specchio di quello che sono diventate le carceri italiane, l’ultimo stadio per lasciare quelle persone che non si sa più dove mettere, che neanche gli ospedali vogliono più. E per loro la carcerazione dura fino all’ultimo giorno». (s.d.l.)
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