Alanno, condanna confermata per il bidello

Violenza sessuale su tre ragazzini del convitto Cuppari: la Cassazione dichiara inammissibile il ricorso
ALANNO. I giudici della Corte di Cassazione scrivono la parola fine su una brutta storia di violenze sessuali che il bidello del convitto Cuppari di Alanno compì su alcuni ospiti, tutti minorenni all’epoca dei fatti. Dichiarando inammissibile il ricorso presentato alla Suprema Corte dal difensore dell'imputato, l'avvocato Uberto Di Pillo, i giudici della settima sezione hanno dunque confermato la condanna di Dante Di Serio a 3 anni e 10 mesi: pena che i giudici della Corte d'Appello dell'Aquila avevano stabilito, confermando a loro volta la decisione del tribunale di Pescara che, con il rito abbreviato, avevano condannato il custode e bidello del convitto alla stessa pena diventata adesso definitiva.
Si chiude così una brutta pagina che fece finire il convitto di Alanno al centro di una vicenda che ebbe come vittime alcuni ospiti della struttura che erano stati affidati anche alle cure dell'imputato.
«Considerato il luogo in cui il fatto è stato posto in essere», avevano scritto i giudici pescaresi nelle motivazioni alla condanna di primo grado, «la relazione di fiducia e affidamento che i convittori riponevano nel Di Serio, l’invasività nella sfera sessuale delle vittime, considerata questa anche in relazione alla giovane età delle stesse, la valutazione globale del fatto impedisce l'applicazione delle attenuanti». Punto sul quale avevano insistito anche i giudici di appello nel ricostruire gli episodi contestati al bidello, sottolineando anche il fatto che lo stesso imputato, ritenuto un pubblico ufficiale, «coadiuvasse gli istitutori anche nella sorveglianza e cura dei convittori, costituendo un loro punto di riferimento». Le violenze si sarebbero verificate per lo più nella stanza che l’imputato occupava nel convitto, dove alcuni dei ragazzi si recavano spesso per vedere alla televisione qualcosa di diverso dai programmi che vedevano gli altri ospiti. Ed è appunto in quella stanza che si sarebbero consumate le violenze riprese dagli inquirenti con intercettazioni ambientali.
«Lo stesso imputato», scrivono i giudici aquilani, «in sede di interrogatorio di garanzia ha fornito giustificazioni rispetto alle immagini captate che lo mostrano abbracciare e palpeggiare il M., infilarsi le mani nei pantaloni, palpeggiarsi (...) contro ogni evidenza e al limite del risibile (“avrò detto che è brutto e gli avrò dato delle pacche, l'ho abbracciato e gli ho detto ma no, non sei brutto, vedrai che diventi bello dimagrisci. Anche perché in quei giorni ho indossato dei pantaloni che mi andavano larghi e ogni tanto mi dovevo risalire i pantaloni”).
La Corte aquilana aveva anche spiegato il comportamento della giovane vittima. «Rileva la Corte che, sebbene la parte offesa nel lasso temporale in cui ebbe volontariamente ad intrattenersi in detto stanzino al fine di vedere un film, non si sia sempre e costantemente sottratto alle attenzioni e alle carezze dell'imputato, il che evidenzia sicuramente una confidenza, anche fisica, tra le parti, lo stesso, invece, in plurime occasioni ha espresso all’imputato il suo deciso e inequivoco dissenso per fatti, respingendolo, scansandosi, indietreggiando e divincolandosi, e a parole (“dai fermati! Statt ferm! Lascia un po’! Ti sti ferm?”), a che l'imputato continuasse in dette condotte e soprattutto, le portasse a ulteriori conseguenze, venendo, ciò nonostante, nuovamente e reiteratamente abbracciato, palpeggiato e incitato all'attività sessuale». Episodi di violenza che inizialmente erano stati contestati in relazione a cinque ragazzi, poi ridotti a tre alla fine del processo.
Stando all’accusa, il custode non aveva più freni quando si trovava con la vittima di turno: “Quand si bon!”, gli diceva, “pecchè la colpa è la te. Tu si trop bell e a me nun me a dice ca no”. E anche i giudici di secondo grado avevano confermato in pieno l’attendibilità delle parti offese, assistite dagli avvocati Carlo Corradi e Concetta Di Luzio.

