“Albergo Italia”, torna Lucarelli

2 Luglio 2014

Cosa c'è di più italiano del gioco delle tre carte, negli anni '80 perfino legittimato da un tribunale ammirato dell'abilità di chi lo gestisce? E così, in una veste inedita per mole e spazi dei beni...

Cosa c'è di più italiano del gioco delle tre carte, negli anni '80 perfino legittimato da un tribunale ammirato dell'abilità di chi lo gestisce? E così, in una veste inedita per mole e spazi dei beni coinvolti, eccolo protagonista di “Albergo Italia” (Einaudi, pp. 126, 12 €) di Carlo Lucarelli, racconto scritto col sorriso sotto i baffi, con piacere e ironia nel narrare una storia tipica dell'Italia di ieri e di oggi. Vista da lontano, dalla colonia d'Eritrea nell'ultimo anno dell'800, così che appare più esemplare e permette di dare spazio a ambientazione, contorni e personaggi inusuali e verissimi, come la Ualla che scopriamo all'inizio di questo ultimo, felice romanzo di Lucarelli, che torna all'Africa Orientale Italiana cui ci aveva introdotti con l’affresco de “L'ottava vibrazione” . Da quel romanzo riappare il maresciallo Colaprico dei regi carabinieri di Asmara, dove è appena arrivato da Massaua, col suo sigaro in bocca che, quando è in tensione, finisce più per masticare che fumare. Questa volta, come voler unire madrepatria e colonia, a mostrane le due facce e la capacità di essere complementari, ecco anche «lo Sherlok Holmes abissino», che, con il suo non prendere mai troppo sul serio gli italiani, allarga discorso e visuale.