«Anche l’Abruzzo deve temere la mafia»

Pescara, Legnini e il procuratore De Raho invitano a tenere alta la guardia. E la vedova dell’agente Montinaro commuove tutti
PESCARA . Di anni ne sono passati 26, e nel frattempo i suoi due figli sono diventati grandi. Anzi, a ottobre diventerà nonna di un maschietto. Tina Montinaro non si arrende. Porta avanti la sua battaglia contro la mafia, quella mafia che le ha ucciso il marito di 29 anni. «Siamo noi che continuiamo», dice in un’assolata mattinata pescarese davanti a mille studenti giunti da tutta la regione per partecipare all’iniziativa sulla legalità inserita nel Premio Borsellino, durante la quale è stata scoperta la teca che contiene i resti della “Quarto Savona 15”, l’auto blindata della scorta di Falcone distrutta nell’attentato di Capaci. «I mafiosi, invece, sono niente», dice la moglie di Antonio Montinaro, uno dei tre agenti della scorta di Giovanni Falcone, morti nella strage.
IL RACCONTO. «Antonio», ha raccontato Tina, «usciva di casa sempre con gioia. Per lui era un onore stare accanto e proteggere il dottor Falcone. In cinque anni di matrimonio non l’ho mai sentito lamentarsi. Quella mattina si era cambiato di turno con un altro collega. Uscì prima del solito, e andò via salutando i bambini. L’ultima volta che l’ho sentito è stato verso le 16.30, quando telefonò per sapere come stavano i piccoli. Mi disse che non sapeva quando sarebbe tornato, perché Falcone non era ancora arrivato».
Tina non lo ha più rivisto. «Mio marito era bellissimo, e io ho avuto una grande fortuna nell’averlo conosciuto. Fisicamente non c’è più da 26 anni, ma continua a riempirmi la vita. La strage di Capaci», ha aggiunto, «non appartiene solo ai palermitani ma all’Italia intera. I giovani di oggi devono sapere, poiché sono il nostro futuro e questo progetto serve proprio a dimostrare che non hanno vinto loro, i mafiosi, visto che dopo 26 anni siamo in giro a parlare di quanto accaduto».
LA CERIMONIA. La teca con i resti della macchina blindata è in piazza Sacro Cuore, e vi resterà per tre giorni. Alla cerimonia hanno partecipato il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, il vice presidente del Csm, Giovanni Legnini, il questore di Pescara, Francesco Misiti, il sindaco Marco Alessandrini, Giovanna Boda, dirigente Miur, Fabrizia Francabandera, presidente della Corte d’Appello dell’Aquila, Pietro Mennini, procuratore generale presso la Corte d’Appello, Gerardina Basilicata, prefetto di Pescara, Massimiliano Serpi, procuratore della Repubblica di Pescara, Angiolo Pellegrini, generale dei Carabinieri e braccio destro di Falcone, Domenico Trozzi, dirigente generale della Polizia di Stato e all’epoca comandante del reparto volo di Palermo, Luciano D’Amico, rettore dell’Università di Teramo, i dirigenti scolastici Alessandra Di Pietro, Sabrina Del Gaone, Carlo Cappello, Tommaso Navarra, presidente del Parco nazionale del Gran Sasso. Assente per impegni istituzionali il vice capo della Polizia, Luigi Savina. Ha coordinato Oscar Buonamano. Durante la cerimonia anche gli intermezzi musicali di Francesca Martinelli, dei ragazzi del Liceo musicale e dell’Accademia della voce.
L’ABRUZZO A RISCHIO. «L’attività di contrasto alle mafie riguarda da vicino anche l’Abruzzo, poiché la recente relazione della Dia al Parlamento dimostra che le mire delle organizzazioni criminali su questa regione si sono fatte ancora più stringenti e noi abbiamo il dovere di contrastare i tentativi di infiltrazione criminale», ha detto Legnini. «I successi nell’azione di contrasto alle mafie sono noti e importanti», ha aggiunto, «tuttavia le mafie non sono sconfitte e la vigilanza deve restare alta». Commosso il procuratore De Raho, che dopo 40 anni ha conosciuto il sindaco Alessandrini, figlio del giudice ucciso a Milano dai terroristi. De Raho era collega del padre di Alessandrini. «È tema fondamentale che non ci si dimentichi che la mafia è quella che è capace di fare gesti come quelli che ci sono dentro questa teca, ma oggi è anche peggio perché la mafia inquina e uccide l’economia, la politica e la società. Quando guardate quell’autovettura, pensate che è frutto della nostra corresponsabilità, la mafia esiste perché non abbiamo il coraggio, la forza, la capacità di affrontarla come dovremmo».

