Appalti e negozi, gli affari della criminalità in Abruzzo E ora è allarme ’ndrangheta

Al centro della puntata di “31 minuti” le infiltrazioni della malavita organizzata Dagli interessi di Don Vito Ciancimino fino alle cosche che puntano al commercio
PESCARA. In principio, fu Don Vito Ciancimino. Erano i primi anni Duemila quando anche in Abruzzo partirono le indagini sull’ex sindaco di Palermo colluso con la mafia. Con l’aiuto del figlio Massimo, dei soci occulti e dei prestanome, il tesoro di Don Vito fu reinvestito e riciclato fino a Tagliacozzo per fare affari nel turismo con i bungalow e gli hotel. Da allora, da quell’operazione chiamata Alba d’oro, vent’anni di infiltrazioni criminali. E adesso, in Abruzzo, ci sono davvero tutti: famiglie siciliane, camorra, sacra corona unita, mafia foggiana e anche la ’ndrangheta. E proprio la ’ndrangheta è considerata l’ultimo grande pericolo, protagonista, così avverte un rapporto della Direzione distrettuale antimafia, di «un’espansione silente ma progressiva»: le cosche calabresi vogliono mettere le mani sul commercio, da Pescara fino al resto d’Abruzzo. “Appalti criminali, gli affari della mafia”, è il titolo di un’altra puntata di “31 minuti”, settimanale di approfondimento giornalistico di Rete8 in collaborazione con il Centro, in onda questa sera alle ore 22.30 per la regia di Antonio D’Ottavio e con le riprese di Luigi Cinquino. Tra i contributi, un’intervista al prefetto di Chieti, Mario Della Cioppa, che ha firmato 5 interdittive antimafia ai danni di 5 società legate al malaffare, a Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare Antimafia, al senatore Etel Sigismondi, componente della stessa commissione, e a Federica Marinucci, presidente dell’associazione Libera Abruzzo.
PRIMO CASO «Anche nel tranquillo Abruzzo la mafia arriva e investe proprio nel turismo, con un profilo soggettivo altissimo», queste sono le parole riportate sugli atti del Parlamento per commentare i primi affari abruzzesi di don Vito e Massimo Ciancimino. Il documento che analizza quegli investimenti – sostenuti anche dalla Regione con un’iniezione di 300mila euro – risale al 2012, tre anni dopo i primi sequestri, e mette un punto fermo nel libro di storia delle infiltrazioni in Abruzzo: «È certo che da tempo esistono presenze mafiose in Abruzzo e tali presenze hanno sempre avuto interessi economici e di sviluppo imprenditoriale in una regione non tradizionalmente mafiosa perciò sottoposta a minori controlli da parte delle autorità di prevenzione e repressione». L’origine degli interessi mafiosi si perde all’indietro nel tempo. E la politica sapeva? Chissà. Di certo, in un’interrogazione parlamentare del 2007, Giuseppe Di Lello e Maurizio Acerbo, avevano previsto già tutto: «Siamo convinti che quello dell’Alba d’oro non sia un episodio isolato».
«DATO INQUIETANTE» Da quella denuncia (ignorata), il terremoto e poi gli anni della ricostruzione dell’Aquila: un affare che faceva gola a tanti e le inchieste giudiziarie hanno svelato quello che, per la commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia all’epoca presieduta da Giuseppe Pisanu, è «un dato inquietante: si è potuto constatare come diverse organizzazioni criminali non si siano spartite i singoli affari, ma siano state cointeressate ai medesimi lavori». Uniti si vince, come una squadra: «Sono stati ad esempio verificati casi di infiltrazioni congiunte di affiliati alla ’ndrangheta, alla sacra corona unita e a cosa nostra. Allo stesso modo sono stati ampiamente verificati interessi camorristici nelle attività di ricostruzione». Passano gli anni e, in Abruzzo, le radici della criminalità organizzata crescono e si rafforzano: in un altro rapporto del 2016 si dice che «l’attività investigativa ha permesso di documentare l’operatività lungo la fascia costiera di soggetti legati a gruppi della criminalità organizzata pugliese o riconducibili a clan della camorra nella zona meridionale della provincia dell’Aquila. È stato comprovato anche l’interesse di elementi legati a famiglie mafiose siciliane nel reinvestimento, con il concorso di imprenditori locali, di capitali illeciti nei settori commerciali e immobiliari. Si evidenzia inoltre l’attivismo di soggetti di origine calabrese, alcuni dei quali collegati a cosche della ’ndrangheta, sia nel traffico di stupefacenti, gestito in collaborazione con pregiudicati del luogo, sia nel reimpiego dei proventi illeciti attraverso la compartecipazione in imprese operanti nell’edilizia».
COMMERCIO A RISCHIO E l’ultimo allarme sull’Abruzzo della Direzione distrettuale antimafia riguarda la presenza della ’ndrangheta: «Il fenomeno criminale rilevato più di recente che ha destato maggiore allarme è costituito dalla presenza della ndrangheta, impegnata in un’espansione silente ma progressiva, che insidia il circuito economico produttivo abruzzese surrogando il potere intimidatorio con quello economico finanziario per attrarre taluni imprenditori e professionisti locali disponibili a ripulire le ingenti ricchezze illecite». Un’indagine, dice ancora l’analisi della Dia, «ha acclarato l’esistenza di cointeressenze economiche tra alcuni imprenditori editi, del mercato immobiliare e della grande distribuzione alimentare e coste di ndrangheta regine con cui avevano realizzato un sistema di intestazioni fittizie di attività economiche per riciclare reimpiegare denaro di provenienza illecita ed eludere le investigazioni».

