«Attenti: il bullismo è un reato, non un gioco»
La dirigente Polpost Narciso: «Bisogna far capire loro quanto male possono produrre video e foto»
PESCARA. «Se prima il bullismo era confinato al cortile di una scuola o di un oratorio, oggi con la rete è un fenomeno che diventa virale, difficile da arginare. È importante che i ragazzi si rendano conto dell’importanza delle loro azioni e del male che può generare una foto, o un video che ricevono sul cellulare, tenuto o inoltrato ad altri».
Così Elisabetta Narciso, dirigente del Centro operativo della Sicurezza cibernetica della Polizia postale Abruzzo, analizza l’evolversi del fenomeno del bullismo e del cyberbullismo negli ultimi anni.
«I dati sulle denunce registrate nella provincia di Pescara sono in linea con quelli nazionali», afferma. «È molto importante continuare nell’opera di sensibilizzazione sull’uso consapevole della rete, cercando di raggiungere il maggior numero di studenti».
Secondo l’osservatorio della polizia postale, gli episodi di bullismo sono particolarmente diffusi tra i giovani di prima, seconda e terza media e poi del biennio delle superiori, «quando cioè i ragazzi cominciano ad avere più libertà», afferma Narciso, «ed entrano nel pieno dell’adolescenza. In quella fase si trasformano, vogliono acquisire più autonomia rispetto ai genitori e diventano spesso più ostili nei confronti degli adulti. Il nostro compito è cercare di colmare questo gap generazionale, ma è difficile, e far capire quali possono essere le conseguenze di detenere immagini che ricevono a raffica sui loro cellulari», spiega la dirigente.
L’aspetto più importante per evitare episodi gravi come quelli scoperti con l’operazione “Poison”, veleno, condotta dal Centro operativo sicurezza cibernetica della polizia postale di Pescara, che a ottobre scorso ha visto la denuncia di sette minorenni tra i 13 e i 15 anni e il coinvolgimento di altri 22 in tutta Italia per diffusione e detenzione di materiale pedopornografico, «è fare un’opera di sensibilizzazione», prosegue il vicequestore, «che possa fungere da deterrente. Internet è un’opportunità come ci ha dimostrato la pandemia. Senza la rete non avremmo potuto mantenere contatti, molti non avrebbero potuto lavorare, né i ragazzi proseguire con la didattica. Ma i giovani devono capire che ci sono tanti rischi dietro, e non ne sono immuni. Bisogna far comprendere che quello che può sembrare un gioco, un dispetto, può diventare un’attività criminosa a tutti gli effetti». (m.pa.)

