«Bomba ecologica mai disinnescata»

18 Novembre 2016

Il Centro pubblica le allarmanti conclusioni della commissione d’inchiesta. E i verbali delle deposizioni raccote in Parlamento

PESCARA. «Criticità e ritardi», «sovrapposizioni di competenze», «scarsa collaborazione tra enti se non veri e propri conflitti». Il risultato è che, a 9 anni dalla scoperta della discarica abusiva di Bussi, la più grande d’Europa, «risulta ancora irrisolta la contaminazione del sito». Stavolta, è la commissione parlamentare d’inchiesta sul Ciclo dei rifiuti e sugli illeciti ambientali a ricordare che nell’area in cui si concentra un terzo delle acque d’Abruzzo, al confine tra il Parco nazionale del Gran Sasso e il Parco nazionale della Maiella, esiste una bomba ecologica mai disinnescata. Un sito contaminato tra due fiumi, il Pescara e il Tirino, vittima della burocrazia con «estenuanti interlocuzioni» tra ministero dell’Ambiente ed enti locali; un sito che sfugge alla bonifica nonostante i 50 milioni di euro stanziati dal governo e già tagliuzzati dalla spending review; un sito refrattario alla giustizia con un processo finito tra le assoluzioni di 19 persone su 19 imputati.

«Acqua inquinata». La relazione di 71 pagine sull’inerzia di Bussi denuncia le omissioni sulla bonifica e comprende passaggi allarmanti anche sull’acqua arrivata nei rubinetti delle case: «L’inquinamento prodotto dalle lavorazioni industriali ha riguardato i corsi d’acqua e la distribuzione delle acque al consumo per circa 700 mila utenze», dice il documento, «in epoca recente, sono state identificate numerose sostanze contaminanti: tuttavia, nell’arco temporale del ciclo produttivo e sino a epoca recente, non vi erano stati monitoraggi se non sporadici. È plausibile pensare che la popolazione sia stata esposta agli effetti di sostanze tossiche di origine industriale in un arco molto ampio senza che ve ne sia evidenza analitica e neppure di indagine epidemiologica».

Un secolo di veleni. Oltre un secolo di inquinamento, sottolinea la commissione guidata dal deputato Pd Alessandro Bratti, passando anche attraverso la produzione di armi per la Prima e la Seconda guerra mondiale, fertilizzanti per l’agricoltura e prodotti chimici in generale. Piombo e mercurio sono in testa all’elenco degli inquinanti presenti a Bussi. E, secondo i ricercatori dell’Istituto superiore di sanità (Iss), consulenti dell’Avvocatura dello Stato nel processo svoltosi in Corte d’Assiste a Chieti, «i pochi dati a disposizione mostrano che la contaminazione da piombo si è propagata alla filiera alimentare». Stessa storia per il mercurio: «Della persistenza di mercurio c’è evidenza di livelli veramente rilevantissimi nei sedimenti fluviali». Nell’audizione in commissione, l’Iss parla senza riserve di «sostanze cancerogene»: «Non c’è un piccolo tumore o un tumore più grave, ma aumenta la frequenza».

Esempio di lentezza. A fronte di un’emergenza nazionale, la risposta degli enti locali si può misurare con due numeri: il procedimento amministrativo per la bonifica delle aree interne del polo chimico (discarica Tre Monti esclusa perché scoperta nel 2007 dalla forestale) è stato aperto nel 2001 ma, in 15 anni, gli interventi sono rimasti un annuncio e, adesso, c’è il rischio che l’iter debba ripartire da zero con gli investitori del settore farmaceutico interessati alla reindustrializzazione ad aspettare alla finestra; inoltre, sono passati addirittura 7 anni, dice la commissione, «tra la prima conferenza di servizi e la più recente conferenza decisoria senza che in parti rilevanti del sito si siano svolte attività effettivamente utili». Dice la commissione che più che pensare alla bonifica dei siti inquinati si è pensato alla «procedura»: «La sovrapposizione di competenze e la presenza pubblica in una logica più di metodo procedurale che di risultato hanno giustificato atteggiamenti talora attendisti delle aziende tuttora insediate nel sito, nonché l’arenarsi di provvedimenti amministrativi nel contenzioso giudiziario». Ci mette ancora poco la commissione a fotografare la mancanza di interventi parlando di «variegato e lento procedere» e di «scarsità di risultati effettivamente raggiunti». Un mostro di lentezza: per sostituire il commissario straordinario per la bonifica Adriano Goio, morto il 31 marzo scorso all’età di 79 anni, con un dirigente del ministero dell’Ambiente, Laura D’Aprile, ci sono voluti più di tre mesi.

Appalto bloccato. Un’inefficienza che è stata confermata, durante la sua audizione, anche dal presidente Pd della Regione Luciano D’Alfonso: «Solo ora», dice la commissione riferendosi agli impegni presi da D’Alfonso, «la Regione indica, come attuali priorità, delle attività che da tempo avrebbero dovuto essere svolte nel Sin». Ma c’è ancora tanto da fare perché «non risulta ultimato il procedimento» di una gara d’appalto da 38 milioni di euro per la bonifica delle aree esterne Solvay. La conclusione è una bocciatura trasversale e a tutti i livelli: «La disorganicità di intervento complessivo nel Sin, che perdura da lunghi anni, rende impossibile valutare quante risorse pubbliche si rendano ancora necessarie per completare le attività di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica». E il Comune di Bussi, dice la commissione, non può farcela da solo: «L’eredità industriale negativa derivata da vicende che occupano un lungo arco di tempo non può gravare per intero sulla comunità locale».

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