«Bullizzato in casa da mio figlio»

L’accorata richiesta di aiuto di un anziano padre: ventenne condannato a 10 mesi
PESCARA. Finisce con una condanna a dieci mesi di reclusione una storia di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali. Una condanna decisa dal gup Fabrizio Cingolani con il rito abbreviato nei confronti di un figlio che aveva “bullizzato” il padre, come lo stesso genitore riferisce nell’accorata richiesta di aiuto agli investigatori dopo l’ultimo e più terribile episodio, a novembre 2022. Il micidiale mix di alcol e sostanze stupefacenti, in un ventenne affetto da disturbi della personalità, sarebbe la causa dell’inferno che stava vivendo il padre che, separato dalla moglie, stava cercando di far superare al figlio quella depressione, curata farmacologicamente. Ma l’autonoma decisione del ragazzo di sospendere i farmaci ha scatenato l’inferno. «Ti ammazzo o ti faccio ammazzare dai miei amici», diceva al padre che non aveva mai voluto denunciarlo. «Non ha mai alzato le mani su di me», racconta il genitore, «limitandosi a distruggere porte, mobili, finestre e impedendomi anche fisicamente di accedere alla sua stanza». Circostanze che si ripetevano quando il padre si rifiutava di dargli i soldi per la droga quando lui era in crisi di astinenza. «Ha iniziato a bullizzarmi quando eravamo soli in casa: oltre a minacciarmi e rompere mobili, mi si avvicinava con fare minaccioso; in diverse occasioni, per evitare ogni fonte di tensione, sono stato costretto a chiudermi a chiave in camera mia, temendo il peggio».
Nell’ultimo episodio, l’anziano ha chiamato le forze dell’ordine e il 118, incapace di contenere la crisi aggressiva del figlio. Ma qualche ora più tardi si è ritrovato il ragazzo fuori della porta: nessuno aveva voluto ricoverarlo con un trattamento sanitario obbligatorio. «Ora è a casa che dorme», dice agli investigatori, «io sono a pezzi. Non voglio denunciare mio figlio e mai lo farò, però sono disperato. Temo per la mia incolumità fisica e per la sua, più volte ha minacciato il suicidio. Non so più cosa fare per aiutarlo». Nelle more dell’inchiesta, i sanitari sono riusciti a far sì che la terapia farmacologica riprendesse e così, nel condannare il giovane a 10 mesi, il giudice ne prende atto e scrive in sentenza che «la pena va condizionalmente sospesa, tenuto conto della favorevole prognosi sulla recidivanza connessa all’effetto deterrente connesso alla presente decisione. Va disposta la non menzione della condanna, al fine di favorire il miglior reinserimento per l’imputato nella società civile». (m.cir.)

