Bussi, chieste condanne per 180 anni

I pubblici ministeri: «La discarica è stata il più grande disastro della storia abruzzese, Montedison falsificava i dati»
CHIETI. Quasi due secoli e mezzo di reclusione, che solo il rito alternativo ridimensiona a 180 anni, per «il più grande disastro abruzzese della storia moderna». La procura presenta a 18 imputati Montedison il conto dell’avvelenamento delle acque e del disastro doloso partorito dalla discarica di Bussi.
E al termine di un j’accuse a due voci durato 16 ore- spalmate in due giorni - sollecita la Corte d’Assise a infliggere condanne che vanno da 4 fino a 12 anni e 8 mesi di reclusione per gli ex amministratori e dirigenti, ritenuti responsabili dell’inquinamento. Una sola richiesta di assoluzione e un fuoco di fila di accuse rivolte agli ex vertici della Montedison per quei 25 ettari di rifiuti tossici del sito industriale che avrebbero inquinato le acque del fiume Pescara e le sorgenti dell'acqua pubblica della Val Pescara.
Neppure l’abbreviato attenua il peso delle richieste di condanna, pronunciate secondo rito a porte chiuse, e che di fatto avviano finalmente il processo davanti alla Corte d’Assise di Chieti sul rettilineo che conduce alla sentenza. Dal 10 ottobre, la parola passa alle parti civili: due udienze e poi via con le difese, ogni venerdì fino al 12 dicembre. Il verdetto verrà pronunciato prima di Natale, quasi otto anni dopo la scoperta della discarica da parte della Forestale.
La requisitoria. Anche ieri, nella requisitoria bis, i pm Anna Rita Mantini e Giuseppe Bellelli hanno sferzato la Montedison accusandola di un dolo, nella conoscenza e nell’omissione pubblica di quei veleni, che avrebbe radici antiche. Mantini ha citato uno studio del 1981 tenuto riservato dalla multinazionale, in cui si dichiarava «grave compromissione dell'ecosistema del fiume Pescara fino all'Adriatico» a causa del mercurio e del piombo.
Lo stesso pm ha avanzato il «terribile sospetto che anche i dati pubblici» venissero «alterati». Il magistrato ha mostrato un appunto interno della Montedison, datato 2001, con su scritto «clorurati in falda h2o - obiettivi di bonifica concordati con enti che danno valori residuali superiori a quelli in tabella».
Per l'accusa, insomma, sarebbe stata messa« in piedi una «sistematica falsificazione dei dati», un siluro diretto agli imputati e supportato da alcune slide con le tabelle dove i dati del mercurio veri e quelli falsi passavano, ad esempio, da 100 a 14 per lo stesso pozzetto.
Il pm ha acceso i riflettori anche su un’email interna tra due dipendenti in cui «ci si lamentava che era troppo sistematica l'alterazione». E ancora: in uno studio di una società, la Erl del 1993, realizzato proprio per la Montedison si parlava esplicitamente di «probabile rischio per prodotti agricoli» e «preoccupazione per eventuali utenti dell'acqua sotterranea a valle dello stabilimento e a valle delle discariche».
Gli ambientalisti. Per il Forum abruzzese dei movimento per l’acqua, «la requisitoria rimarrà una pietra miliare per la conoscenza di uno dei peggiori disastri ambientali europei. Attendiamo le conclusioni e le decisioni dei giudici, ma i dati emersi sull'inquinamento sono letteralmente sconvolgenti e impongono solo una cosa: la bonifica totale senza le scorciatoie che qualcuno ancora oggi osa proporre. Emergono fatti incontrovertibili sulla conoscenza da decenni da parte di Montedison della gravissima contaminazione non solo di Bussi ma addirittura dell'intera vallata, mare Adriatico antistante Pescara compreso, per piombo e mercurio. La presenza di falde fortemente inquinate da clorurati era del tutto evidente anche per quanto riguarda i pozzi per l'acquedotto. Gli stessi documenti tenuti rigorosamente riservati dalla Montedison parlavano fin dal 1993 della preoccupazione per le produzioni agricole e per gli utenti che usavano le falde acquifere».
Il governatore. Anche Luciano D’Alfonso è tornato al processo come aveva fatto due settimane fa. E ha ascoltato per mezz’ora le accuse dei pm. «Sono qui per testimoniare tutto l' interesse e il coinvolgimento istituzionale dell'Ente Regione sapendo che non è un qualsiasi processo di accertamento di una verità qualsiasi. Un processo centrale nella vita dell’Abruzzo che riguarda un bene irripetibile nella vita degli abruzzesi».
Il governatore ha annunciato che tornerà perché «voglio rendermi conto anche di quale sia il bisogno di vicinanza tra le istituzioni per concorrere all' accertamento della verità. Ho già fornito la mia collaborazione nei confronti di coloro che qui rappresentano la posizione della Regione».
Adesso, saranno le 27 parti civili, tra Regione, ministero, Comuni, presidenza del Consiglio, Solvay, associazioni e ambientalisti a presentare i loro conti. E si annunciano richieste di risarcimento pesantissime. (g.p.c.)
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