Bussi, i pm alla Cassazione: l’assoluzione va annullata

19 Marzo 2015

La procura deposita il ricorso e chiede di rifare il processo sulla discarica: errori interpretativi, stravolto il reato di avvelenamento delle acque

PESCARA. «Errori interpretativi tali da smentire e contraddire la stessa premessa da cui la Corte è partita» e interpretazioni «contro la legge» perché, secondo la procura, non tengono conto che il reato di avvelenamento «non si limita a parlare di acque destinate all’alimentazione ma precisa che deve trattarsi di acque che ancora non siano state attinte per il consumo».

I pm Anna Rita Mantini e Giuseppe Bellelli, titolari dell’inchiesta sulla discarica di Bussi, hanno ravvisato errori procedurali e formali nella sentenza di assoluzione della Corte d’Assise e, così, invece di ricorrere in appello hanno puntano in alto depositando il ricorso direttamente in Cassazione: alla Corte Suprema la procura di Pescara chiede di annullare la sentenza di assoluzione per 18 vertici della Montedison (tutti gli imputati eccetto Maurizio Piazzardi) e di rifare il processo. Per i due pm la Corte d’Assise che, il 19 dicembre, ha spazzato via il processo sulla mega-discarica assolvendo i 19 imputati della Montedison dal reato di avvelenamento e derubricando il reato di disastro doloso in colposo ha, intanto, preso un abbaglio proprio nell’interpretazione data al reato di avvelenamento delle acque, la colonna portante dell’inchiesta nata in seguito alla scoperta della discarica da parte della Forestale nel marzo 2007.

«La Corte», dicono Mantini e Bellelli, «si spinge ad affermare che, anche quando concrete opere di emungimento della falda indichino, con certezza, che quella falda è considerata risorsa idrica effettivamente destinata al consumo umano, l’avvelenamento deve essere valutato non in qualunque punto della falda ma nel punto immediatamente precedente o pressoché coincidente con l’emungimento. Questa conclusione», spiegano ancora, «contiene un evidente errore interpretativo: l’emungimento indica soltanto che destinazione vi è stata non dice affatto che l’avvelenamento debba essere posto in essere qualche centimetro prima dell’emungimento medesimo».

E’ sul dolo diretto che, poi, si sono spesi i due pm ricordando alla Cassazione: «Gli imputati avevano una rappresentazione certa dell’evento di avvelenamento e di disastro, come emerge dalla documentazione, che ci consente di classificare come dolo diretto e non come dolo eventuale l'atteggiamento psicologico con cui i delitti sono stati realizzati». Un atto d’accusa duro come quando la procura scrive che la Corte ha negato il dolo diretto «non già apprezzando in concreto gli elementi emersi dal compendio processuale, anche difensivo, bensì limitandosi a seguire un percorso ricostruttivo meramente emotivo e personalistico». La procura torna a ribadire tutto l’impianto accusatorio da sempre sostenuto e quindi il dolo diretto facendo anche riferimento al caso ThyssenKrupp.

«Gli imputati hanno avuto certezza e hanno perserverato nelle condotte vietate dalla legge mistificando i valori. Differentemente da quanto valutato nel caso ThyssenKrupp, la verificazione del disastro ambientale e dell’avvelenamento non sono eventi posti “alla luce del sole” ma al contrario sono rimasti occultati e deliberatamente celati per decenni». E’ nella conclusioni che i due pm chiedono quindi di annullare la sentenza e di ripetere il processo perché, dal punto di vista dell’accusa, sarebbe stata «stravolta la lettera e la ratio della norma incriminatrice di avvelenamento delle acque».

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