Busta con proiettili, poliziotto a processo

12 Aprile 2019

Incastrato dalla scrittura: l’autista del prefetto contro il collega in servizio per il questore: morirà se non lo trasferiscono

PESCARA. È una storia piuttosto inquietante e dai contorni non del tutto chiariti, quella che vede coinvolti due poliziotti di Pescara, uno in qualità di imputato e l'altro in quella di parte offesa. Una vicenda che indirettamente chiama in causa due dei Palazzi delle istituzioni più importanti della città: la Prefettura e la Questura. E sì perché le parti interessate, anche se in posizioni diverse dal punto di vista giudiziario, sono uno l'autista del prefetto (o meglio lo era al momento dei fatti), attualmente sotto processo, e uno l'autista del questore, parte civile.
La vicenda viene all'attenzione della magistratura il 12 aprile dello scorso anno quando, nella redazione del quotidiano il Centro, regolarmente recapitata dalle Poste, arriva una sospetta busta gialla. Sospetta perché al tatto si capisce subito che, oltre a un foglio di carta, contiene anche due piccoli oggetti che fanno pensare a dei proiettili. Gli investigatori della scientifica, dopo averla sequestrata come corpo di reato, la aprono e scoprono che contiene effettivamente due proiettili calibro 9x19 parabellum, lo stesso utilizzato dalle forze di polizia, e un foglio con una frase manoscritta: “queste due pallottole sono per il poliziotto ladro truffatore usuraio ....(omettiamo il nome in quanto parte offesa ndr) per ora gli abbiamo bruciato la macchina e se non lo trasferiscono lontano da Pescara morirà”. Sembrava subito chiaro che il primo obiettivo dell’anonimo era quello di mandar via dalla città quel poliziotto forse a lui scomodo, o comunque che gli dava fastidio. La presenza di quei proiettili, in uso appunto alle forze dell’ordine, fu evidentemente un elemento trainante delle indagini.
Gli investigatori chiesero al pm Paolo Pompa di poter procedere ai rilievi scientifici, anche alla ricerca di profili di Dna lasciati dagli ignoti autori, e nel frattempo venne sentita anche la parte offesa per capire chi avrebbe potuto avere nei suoi confronti tanto astio da volere il suo trasferimento altrove. Altro elemento interessante per arrivare all’identificazione dell’autore della lettera, era il fatto che in effetti la parte offesa aveva denunciato il furto e l’incendio della propria autovettura, avvenuti la notte tra il 28 e il 29 marzo dello scorso anno: e quindi una quindicina di giorni prima che la missiva venisse recapitata al giornale. Su questa vicenda dell’incendio venne aperto un altro procedimento parallelo, sempre in mano allo stesso pm che non ritenne però di riunire, e che presentava degli aspetti non del tutto chiari. Gli investigatori sarebbero anche arrivati a vagliare un’altra ipotesi: e cioè che il furto e l’incendio fossero circostanze completamente estranee all’azione dell'autore della lettera minatoria, che avrebbe soltanto voluto sfruttare quel fatto per rendere ancor più credibile, rafforzandola, la sua minaccia. Sta di fatto che l'indagine prese una direzione ben precisa e gli inquirenti, anche tramite la comparazione tra la scrittura del foglio manoscritto con le minacce e le intimidazioni e alcuni fogli di servizio, arrivarono ad indagare l’autista del prefetto, L.D.R., attualmente trasferito in un’altra città abruzzese, ma regolarmente in servizio, così come la parte offesa. L’accusa nei confronti dell’imputato è quella di violenza o minaccia a un pubblico ufficiale. Ma qualcosa di più su questa incredibile vicenda, su questa guerra intestina nei palazzi che contano, si potrebbe venire a conoscere il 9 settembre quando le parti, imputato e parte civile, si ritroveranno faccia a faccia davanti al giudice per il processo.
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