Carcere di San Donato, i detenuti testimoni in aula: «Ecco i soprusi della direttrice»

22 Maggio 2026

Armanda Rossi è accusata di aver ignorato le richieste dei reclusi. Il racconto di uno di loro: «Costretto a denudarmi al rientro dal permesso di lavoro, mi revocò l’uscita»

PESCARA. Sfilata di testimoni davanti al collegio del tribunale per il processo a carico dell’ex direttrice del carcere San Donato di Pescara, Armanda Rossi, ieri presente in aula, accusata di omissioni di atti d’ufficio per aver ignorato le richieste dei detenuti, ma soprattutto per non aver fornito le spiegazioni più volte richieste e sollecitate dal magistrato di sorveglianza, la giudice Marta D’Eramo (che non figura però fra i testi dell’accusa) che riceveva le lamentele di detenuti e avvocati.

Ieri sono stati sentiti i primi testi del pm, molti dei quali detenuti o ex che vennero sentiti dalla procura nel corso dell’inchiesta. Unica parte civile costituita è stato il detenuto Giuseppe De Rosa (che ha richiesto un risarcimento danni di 45mila euro) che, fra le altre cose, subì una perquisizione personale con denudamento totale sulla quale la direttrice Rossi non avrebbe fornito spiegazioni al magistrato di sorveglianza.

«Ero riuscito a ritagliarmi una condizione più vivibile dentro il carcere ed ero stato autorizzato a uscire per effettuare la manutenzione dei parchi del Comune di Pescara», ha detto De Rosa. «Poi un giorno, rientrato in carcere, vidi che mi aspettavano per una perquisizione e mi stupii perché aveva sempre tenuto un comportamento corretto. Mi fecero denudare completamente davanti a tre agenti e mi sono vergognato: ero umiliato. Mi fecero fare anche dei piegamenti. Venni anche rimproverato perché dissero che avevo gettato gli slip contro un agente, ma non era vero: li avevo gettati a terra in segno di stizza per come mi stavano trattando. E per questo gesto, che non feci, mi venne revocata l’uscita del sabato per andare nei parchi. Fino ad allora non avevo mai avuto sanzioni. Spiegai tutto al giudice di sorveglianza perché era rimasto davvero turbato e demoralizzato per aver perso tutto per un qualcosa che non avevo commesso».

Sentito anche il teste Bruno Esposito, collaboratore di giustizia che ha raccontato ai giudici quello che accadde nel marzo del 2024, iniziando dal fatto che venne messo in cella con i detenuti comuni. «Con loro non potevo stare per regolamento, ma mi ritrovai lì con persone che non potevano vedermi: quando sei un collaboratore di giustizia non sei né carne e né pesce e sei costretto a seguire anche delle regole non scritte. Nessuno di loro mi accettava». Esposito si ritrovò all'improvviso con un programma completamente rivisto in peggio (riguardo ai lavori che effettuava nel padiglione esterno al carcere) e non riuscì a capire il perché, neppure attraverso il proprio legale, l’avvocata Alessandra Michetti (anche lei citata come teste dall’accusa), che fece delle istanze di chiarimenti anche al magistrato di sorveglianza che a sua volta le girò senza successo alla Rossi. «L’avvocato mi disse che la D’Eramo aveva scritto più volte alla Rossi per sapere perché era stato spostato, ma la Rossi non rispondeva».

«Sta di fatto che persi il benefico di lavorare fuori le mura per 6 ore al giorno: mi dissero che la direttrice aveva deciso così, non più di 3 ore, dimezzandomi il compenso che usavo anche per mandare soldi alla famiglia. Ma ormai il danno era fatto. Sapevo poi che c’erano problemi con i soldi dei detenuti. La verità è che nella guerra tra la Rossi e il carcere a farne le spese siamo stati noi». E rispondendo al controesame del difensore, l’avvocato Massimo Solari, il teste, sulla questione del beneficio ridotto, ha ribadito che fu opera della Rossi e non della precedente direttrice.

Nel capo di imputazione stilato dal procuratore Giuseppe Bellelli (ieri in aula era presente il pm Andrea Di Giovanni) sarebbero una ventina gli episodi contestati all’imputata: richieste di vario genere dei detenuti che restavano chiuse nel cassetto. Comportamenti che, a detta dell’accusa, violavano i diritti dei detenuti. Nella sua memoria difensiva l’imputata aveva sostenuto di aver ricevuto una struttura in «condizioni di desolante abbandono sotto tutti gli aspetti, con una elevata percentuale del personale che agiva con modalità lavorative disfunzionali e con superficialità: di fatto il carcere era in mano al totale arbitrio del singolo operatore».

E questo, oltre al sovraffollamento della struttura, sarà uno degli argomenti difensivi. Nella prossima udienza (25 giugno) verrà sentito soltanto il maresciallo che ha condotto l’indagine e poi si proseguirà con gli ultimi testi dell’accusa. «I detenuti sentiti oggi», ha detto Solari a fine udienza, «hanno fornito diversi elementi interessanti per chiarire meglio i fatti. Anche alla luce di quanto emerso oggi in aula, sono fermamente convinto dell’innocenza della direttrice Rossi».

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