Case popolari, la Regione ritocca la legge

12 Febbraio 2020

Pronta una norma “omnibus” per disinnescare la bocciatura del governo e abbattere anche il Ferro di cavallo a Pescara

L’AQUILA. La Regione gioca d’anticipo sulla Corte Costituzionale per difendere la legge sulle case popolari. È uno dei passaggi della “legge omnibus” esaminata ieri dalla prima commissione del Consiglio regionale, presieduta dal leghista Vincenzo D’Incecco, all’interno della quale sono stati inseriti anche altri provvedimenti: i gettoni di presenza per i componenti del comitato sui “ristoranti tipici”, la possibilità di aprire nuovi uffici del Corecom nelle province che ne sono sprovviste (Chieti e Teramo), e la previsione di una sorta di corsia preferenziale per quanto riguarda i finanziamenti alle Ater che si trovano a fare i conti con situazioni di violenza e criminalità. Una norma, sostiene il vice presidente del Consiglio regionale, Domenico Pettinari (M5S), «che serve a dare la copertura legislativa per l’abbattimento del Ferro di Cavallo», a Pescara, senza rischiare di incorrere nelle ire della Corte dei conti.
Il primo argomento inserito nella legge omnibus, che lunedì prossimo tornerà al vaglio delle commissioni, dunque, è quello legato alle case popolari, che vede declinare in senso meno restrittivo i criteri per l’assegnazione dopo che il Consiglio dei Ministri ha impugnato di fronte alla Corte Costituzionale la norma varata l’anno scorso. Nella nuova stesura vanno via i reati contro la pubblica amministrazione e quelli contro la persona, che prevedono una pena edittale inferiore ai due anni, e va via anche la detenzione e il porto abusivo di armi. Si riduce da 10 a 5 anni il termine temporale entro il quale alla pubblicazione del bando non bisogna aver riportato condanne penali. In caso di riabilitazione decade ogni vincolo. Su un punto, però, l’amministrazione regionale guidata dal presidente Marco Marsilio, non intende fare passi indietro: l’articolo in questione è quello che si riferisce ai beni che gli stranieri posseggono in patria. Per certificarli, dice la legge varata lo scorso autunno e osservata il 23 dicembre, non basta più una semplice autocertificazione: occorrerà richiedere nei rispettivi Paesi di origine tutti i documenti che attestino il mancato possesso di beni di una certa consistenza. Un requisito “bandiera”, che il centrodestra ha dichiarato di aver introdotto per mettere gli italiani nella condizione di competere ad “armi pari” con gli stranieri, e che la maggioranza di centrodestra difenderà a spada tratta davanti alla Corte Costituzionale, dove ha deciso di costituirsi per far valere le proprie ragioni. Cancellate dall’elenco dei reati ostativi all’assegnazione della casa popolare, e poi reintrodotte con un altro comma, le fattispecie legate alle varie forme di vilipendio (contro la nazione, la bandiera, le istituzioni). In pratica, chi offende il Tricolore rischia di non vedersi assegnare la casa popolare, ma chi gira armato senza autorizzazione sembrerebbe non correre questo pericolo. Tuttavia, ha detto sempre consigliere Pettinari, si sta lavorando affinché lunedì prossimo venga reintrodotto anche questo reato nell’elenco di quelli non tollerati.
È stato proprio il requisito introdotto sulla certificazione degli stranieri a causare l’impugnativa, da parte del Governo, di fronte alla Corte Costituzionale. Quella parte, secondo l’esecutivo nazionale, va riscritta perché discriminatoria, ma come il presidente Marsilio aveva già avuto modo di sottolineare, la maggioranza difenderà «questa legge con il sostegno dei tanti cittadini perbene che ci hanno chiesto regole nuove e più severe per ripristinare la legalità e il diritto nelle case popolari».
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