«Caso Straccia, la chiave è nascosta su Facebook»

4 Novembre 2015

Lo studente scomparso nel 2011, la difesa dice no all’archiviazione «Forse, è stato narcotizzato e poi ucciso per uno scambio di persona»

PESCARA. Sarebbe nascosto nei messaggi di Facebook cancellati il perché della morte di Roberto Straccia, lo studente universitario di 24 anni scomparso da Pescara il 14 dicembre 2011 e ritrovato morto il 7 gennaio 2012 sugli scogli del mare di Bari. Lo dice l’avvocato della famiglia Straccia, Marilena Mecchi che rivela: «Nei giorni immediatamente precedenti al ritrovamento del corpo di Roberto, qualcuno ha cercato di entrare nel suo profilo Facebook per due volte e la procura deve indagare su questo. Noi non possiamo fare niente». La famiglia chiede ancora di non chiudere il caso e di cercare nelle chat di Straccia e in quelle dei suoi amici: «Forse, Roberto è stato ucciso per uno scambio di persone», sostiene l’avvocato, «sicuramente, non è stato un suicidio: adesso, ci sono troppi elementi che lo escludono». Con queste motivazioni, la difesa vuole tenere in vita un fascicolo bis sulla scomparsa dello studente di Lingue, aperto dalla procura di Pescara nel 2012 con l’ipotesi di omicidio volontario in seguito alle dichiarazioni di un pentito e della sua compagna. Un’ipotesi inquietante: Straccia ucciso per un errore. «Si può pensare che Roberto sia stato narcotizzato e, quando ci si è resi conto dell’errore di persona, qualcuno si è liberato del corpo. Non è un’ipotesi da escludere», per l’avvocato, «perché, nell’autopsia, questo tipo di accertamento non è stato fatto». Adesso, a decidere se sono necessarie nuove indagini o se l’inchiesta deve fermarsi sarà il giudice Gianluca Sarandrea.

Sono passati quasi 4 anni e quello di Straccia resta ancora un mistero come dimostra l’udienza di ieri in tribunale: per la terza volta, la procura chiede di archiviare il caso perché non ci sono elementi che leghino la morte una causa violenta; la famiglia, invece, chiede nuove indagini per approfondire uno scenario che sembra quello di un film di mafia. «Un collaboratore di giustizia sotto protezione», dice l’avvocato, «ha confermato che Roberto è stato ucciso per errore da pregiudicati calabresi e la sua testimonianza deve essere considerata attendibile, visto che questa persone avrebbe tutto l’interesse a restare nell’ombra. Le circostanze, peraltro, sembrano trovare riscontro nella testimonianza di un benzinaio di Pescara che ha riferito di essere stato avvicinato, due giorni prima della scomparsa di Roberto, da due uomini a bordo di un’auto targata Catanzaro, i quali gli hanno chiesto dove si trovasse Moresco, il piccolo paesino marchigiano dal quale proviene la famiglia Straccia».

Ma, dice l’avvocato, ci sono cose che non si saprebbero ancora e la procura dovrebbe cercarle su Facebook: «Ci sono continui tentativi di accesso al profilo Facebook di Roberto, e ci sono numerose conversazioni e messaggi cancellati», sottolinea l’avvocato, «solo la procura ha la possibilità di indagare in questa direzione e noi siamo convinti che se lo facesse troverebbe risposte interessanti. C’è ancora tempo per farlo». Mecchi continua: «Su Facebook c’è la chiave della morte di Roberto». Perché? L’avvocato risponde: «Perché ci sono tanti messaggi intercettati in cui si dicono frasi del tipo “andiamo su Facebook a parlare perché non devono scoprire quello che stiamo dicendo”; perché in alcuni profili è stata cancellata la cronologia del 2011 e del 2012; perché c’è una ragazza della provincia di Foggia che, quando è stata contattata, ha eliminato addirittura il suo profilo per non essere più rintracciabile; infine, perché gli stessi collaboratori di giustizia dicono di aver estrapolato erroneamente la foto di Roberto da Facebook. Recuperare le conversazioni cancellate ci può portare alla soluzione del caso. Ma è una cosa che deve fare la procura: non possiamo andare noi stessi da Facebook a chiedere le informazioni sui profili. La famiglia Straccia chiede giustizia innanzitutto sotto il profilo morale e umano, perché è giusto che questi genitori sappiano come è morto il figlio. Ci auguriamo che la procura, stavolta, ci dia retta. Se non lo farà, andremo avanti lo stesso».

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