«Cavallito ha dato indicazioni precise»

Il procuratore Bellelli e il questore Liguori sulle indagini: nei cellulari delle vittime il nome di chi stavano aspettando
PESCARA. È stato un lavoro investigativo a 360 gradi quello che, all’alba di ieri, ha portato all’arresto di Natale Ursino e Mimmo Nobile. Un lavoro di squadra, condotto in primis e sin dai primi istanti dalla squadra mobile diretta da Gianluca Di Frischia, con il contributo della sezione di polizia giudiziaria della procura e, quindi, dei carabinieri e della guardia di finanza, con quest’ultima che si è occupata di individuare conti all’estero e tracciare il denaro.
«Una indagine complessa», come sottolineato in conferenza stampa dal procuratore capo Giuseppe Bellelli, portata avanti anche con metodi tradizionali, attraverso l’osservazione, la raccolta e l’acquisizione di dati. «Sono state indagini», ha aggiunto il dirigente della mobile Di Frischia, «proprio di vecchio stampo, in cui nulla è stato lasciato al caso. Abbiamo battuto ogni tipo di pista e rapporti». Da subito sono stati ricostruiti i movimenti del presunto assassino, dal suo arrivo al bar del parco, dove si è consumato il delitto davanti a decine di persone, tra cui bambini, alle possibili vie di fuga.
Per cercare di capire cosa vi fosse dietro e, quindi, il movente di quel fatto di sangue che ha sconvolto la città, sono state ascoltate le persone che conoscevano Albi e i familiari e gli amici di Cavallito. «E poi», ha dichiarato Bellelli, «è stato sentito il testimone oculare», Cavallito, «che ha fornito indicazioni precise». Ma, nelle indagini, un ruolo fondamentale hanno avuto anche i telefoni cellulari delle vittime, due dei quali recuperati dalla polizia sul luogo dell’agguato, uno accanto al corpo dell’architetto. E da quei telefonini, gli investigatori hanno ricostruito contatti, amicizie, giri. Dai telefoni, sono riusciti a capire chi stavano aspettando e perché Albi e Cavalitto la sera del primo agosto, seduti al tavolino del bar con 12 pizzette davanti. Sono state quindi effettuate tutta una serie di intercettazioni sino alla svolta, rappresentata dal ritrovamento, un mese dopo del delitto, in una zona impervia, in località Pantano, vicino Fontanelle, di scooter, casco, scarpe e soprattutto del castello di una pistola usata per ammazzare l’architetto. Pistola che subito si è scoperto essere la stessa portata via alla guardia giurata durante la rapina dell’11 luglio all’Agroalimentare di Cepagatti.
Ad avere l’intuizione di andare a verificare in quel posto, poco conosciuto in città, è stato un carabiniere in servizio in procura. «Nel mezzo», è stato evidenziato in conferenza stampa, «c’è stata un’attività complessa».
Sono stati esaminati in maniera dettagliata chat, messaggi, messaggi vocali che hanno permesso di ricostruire i rapporti tra Nobile e Cavallito, che fra l’altro nell’ultimo periodo si erano incrinati, e quelli con Ursino che poi è stato parecchio complicato rintracciare. A detta degli inquirenti, infatti, il calabrese cambiava di continuo telefoni, utilizzava apparecchi intestati ad altri e criptati. Per il questore Liguori, la colpa di Albi è stata forse quella di aver sottovalutato le persone che aveva davanti. «Stiamo parlando», sottolinea, «di personaggi di grandissimo spessore criminale. E l’unico anello debole era Albi, un professionista, in quel momento bisognoso di denaro per una presunta operazione che sperava andasse a buon fine a Londra».
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