Cento anni per la voce della Via en rose

Edith Piaf sabato compirebbe un secolo, Roma la ricorda con una mostra e un concerto
Di Edith Piaf oggi resiste e affascina ancora l'aspetto anticonvenzionale, l'artista ribelle che non dava peso alla fama o al denaro, trovando se stessa solo nella verità della scena e nei rapporti d'amicizia e amore. Sabato 19 dicembre avrebbe compiuto cento anni e se la Francia l'ha celebrata a Parigi con una grande esposizione alla Bibliothèque Nationale, chiusa a settembre, in Italia si apre ora una mostra per ricordarne l'arte e la vita: «Edith Piaf. l'amour (nel centenario della nascita)» a cura di Cesare Nissirio e Guglielmo Pepe al Teatro di Villa Torlonia a Roma, dove proprio sabato, giorno della ricorrenza, alle 19 alla presenza di Phillipe Leroy si terrà un concerto di sue canzoni con l'Ensemble Paris qui chante. Proprio per questo aspetto a contrasto col mondo patinato della canzone e del suo delicato soprannome dovuto alla sua figura minuta, Piaf vuol dire passerotto, si parla di lei, che all'anagrafe si chiamava Giovanna Gassion, come di una sorta di rockstar antelitteram, di quelle che bruciano la propria vita controcorrente, una delle voci degli anni dell'esistenzialismo, e non a caso forse che i versi della sua canzone più celebre dicano: «No, niente di niente! / No, non rimpiango niente! / Tutto è stato saldato, spazzato via, dimenticato./ Non m'importa niente del passato». Il suo amico Jean Cocteau affermava che cantava «come se si strappasse l'anima dal petto».
Il suo mito lo alimentò lei stessa, cominciando dal racconto delle proprie origini: diceva di essere nata per strada, a Belleville, anche se all'ospedale Tenon si trova un certificato che ne attesta la nascita. In realtà era figlia e nipote di saltimbanchi, nata da un acrobata e contorsionista, artista di strada che la portava in giro con sé, finché nel 1935 la sentì cantare e la scoprì il direttore del cabaret Le Gerny's, che la lanciò nel bel mondo e l'anno dopo ottenne il prestigioso riconoscimento Grand Prix du Disque con «L'Etranger», mentre il suo debutto era legato a una canzone italiana, Parlami d'amore Mariù, divenuta Le chaland qui passe, e la mostra oggi di Villa Torlonia con manifesti, spartiti, foto, libri, riviste, documenti, dischi, e così via, parte proprio da quegli inizi col passaggio dalle alle miserie della rue al lusso, ai successi e poi di nuovo al dolore, all'alcolismo e alla droga. I titoli del suo celebre repertorio sono noti a tutti e successi mondiali, da «La vie en rose» a «Milord», da «Elle frequentait la Rue Pigalle» a «Je ne regrette rien», storie di amori appassionati, di colore e disperazione, ma sempre sorrette dalla poesia, oltre che dalla sua voce ruvida, aspra e potente, sempre in scena, sempre con la voglia di cantare («altrimenti muoio») sino all'ultimo agli anni in cui è malata, intossicata dai barbiturici e pare ogni volta debba morire in scena. Mistero e leggenda anche sulla sua morte che pare avvenuta a Cannes il 10 ottobre 1963, ma è stata registrata il giorno dopo a Parigi, dove si dice l'avesse trasportata nottetempo l'ultimo marito, perché la regina dei boulevards non poteva che morire nella capitale.

