Cernilli: «Niko Romito una star da Formula uno»

Il fondatore del Gambero Rosso parla della cucina e di vini abruzzesi «Le bollicine? Il Pecorino è una buona base spumante se coltivato in altezza»
L'Abruzzo in cucina? Niko Romito è una vera star da Formula 1. Affiancato da ottimi rallysti: Tinari, Spadone, Beccaceci, Centofanti, piloti di tutto rispetto».
E' l'opinione di Daniele Cernilli, padre fondatore con Stefano Bonilli del Gambero Rosso nel 1986. Dell'Abruzzo eno-gastronomico parla con il Centro Cernilli - Doctor Wine (suo nome d'arte), ideatore e direttore dell'influente wine magazine, nonché guru nel wine wide world. L'incontro, avviene tra una pausa e l'altra dell'intenso programma di degustazioni organizzate all'hotel Terme di Merano per festeggiare i 25 anni del Merano Wine Festival.
Degustatore, giornalista, scrittore, Cernilli ha guidato il pubblico alla scoperta di "Trentodoc, il rosato di montagna delle Dolomiti" presentando 9 etichette: Abate Nero, Altemasi, San Michael, Maso Martis, Rotari, Fratelli Pisoni, Cesarini Sforza, Ferrari fratelli Lunelli, Revi. Nove "maison" che rispecchiano stili e caratteristiche del territorio trentino, da sempre vocato allo spumante metodo classico. Effervescenza che attualmente esprime vini «più accessibili, morbidi, bevibili».
A proposito degli alfieri top della cucina in Abruzzo, qual è la differenza con Niko Romito fondamentalmente?
«Niko è un genio e i geni non nascono continuamente. Grazie a lui l'Abruzzo può vantare le tre stelle Michelin, qualcosa di speciale, fuori dall'ordinario. Niko ha creato economia nel territorio in cui opera, una scuola di cucina, e una cucina con prodotti del territorio. E' un po’ come i grandi cuochi francesi. Tre stelle possono significare poco, ma se queste interagiscono col territorio allora è grandezza. Questa è la sua intelligenza».
Che opinione ha dei vini abruzzesi?
«Proprio l'altro giorno ho assaggiato il brut di Illuminati, metodo classico da vitigni autoctoni e tradizionali, Trebbiano e Verdicchio. Lo trovo molto interessante, un prodotto dignitosissimo».
Come giudica l'ambizione abruzzese di voler lanciare sul mercato bolle e bollicine da uve tradizionali e non?
«In prospettiva il Pecorino può rappresentare una buona base spumante grazie alla sua acidità. Soprattutto se coltivato in altezza: una prerogativa abbastanza speciale per una regione del centro-sud. Ciò che non può dare la latitudine lo dà l'altitudine. Tutto si può fare, fanno spumanti anche in Brasile...».
Quanto ai vini in senso più classico?
«Trovo un po’ di confusione attorno al Montepulciano d'Abruzzo. Troppo range, troppa disparità tra il montepulciano da battaglia che può costare 1 euro e 50, e le punte qualitative più interessanti: Valentini, Masciarelli, Illuminati, Pasetti, Tollo riserva, Valle Reale, Villa Medoro. Che trovo vini fantastici, di grande rilevanza ma ancora confusi col Nobile di Montepulciano e con montepulciano meno costosi, da quattro soldi. E' difficile identificare le eccellenze abruzzesi. Eppure la qualità intrinseca del Montepulciano d’Abruzzo non è inferiore al Barolo o all'Amarone».
Nell'ultima edizione della Guida essenziale ai vini d'Italia pubblicata da Doctor Wine, di "faccini" - vini con un punteggio superiore ai 95/100- assegnati all'Abruzzo se ne contano giusto 4 (regione con più “faccini” è la Toscana, 51) . Trova la stessa diparità tra qualità intriseca e qualità percepita anche fra i tradizionali bianchi abruzzesi?
«Si, anche per Trebbiano e Pecorino d'Abruzzo. Nella Guida 2017 ho premiato il Frontone 2013, straordinario Pecorino di Cataldi Madonna (versione estremizzata di un vecchio impianto di Pecorino, il nome da un cru di pochi ettari, completamente vinificato in acciaio, ndr). Come pure l'ultima annata di Masciarelli, il Trebbiano di Valentini, il Vigna di Capestrano di Valle Reale, il bianco di Pasetti, Tiberio, Torre de' Beati».
. Jolanda Ferrara
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