«Ci hanno ridotti come schiavi»

La rabbia dei dipendenti costretti a lavorare senza salario per evitare denunce
PESCARA. Quanto costa andare a lavorare gratis ogni giorno per almeno sei mesi? Lo sanno bene i 63 lavoratori , in gran parte donne con neonati a carico e mariti disoccupati, dell'azienda Maiella e Morrone che gestisce i servizi sociali della Val Pescara, Ambito 35, che fa capo all'omonima ex comunità montana, i quali hanno di nuovo protestato ieri davanti al palazzo della Regione per chiedere gli stipendi arretrati, 3-4mila euro a testa, e la certezza di un posto sicuro per il futuro.
Da ottobre 2015 non vedono un euro gli operatori di Maiella Morrone, azienda di Alanno, che opera dal 2002 nell'assistenza a disabili, famiglie e bambini con disagi di 16 Comuni pescaresi. Una delegazione di donne pronte a difendere occupazione e dignità, provenienti dalla Val Pescara, ha innalzato striscioni e cartelli, soffiato bolle di sapone, fischiato e fatto volare palloncini per dire alle istituzioni: «R-esistiamo», «Non siamo invisibili come volete farci diventare», «Giù le mani dai servizi sociali: le persone non sono voti» e ricordate che «Tutto è impermanente, anche le vostre poltrone».
Dietro i volti truccati e una buona preparazione culturale, ci sono storie di uomini e donne che si stanno indebitando per far fronte alle spese quotidiane («200 euro al mese solo per la benzina, dice Deanna Di Matteo, 33 anni di Roccarmorice») di un lavoro che non possono lasciare, a meno di un licenziamento, e che sono costretti a portare avanti per non rischiare una denuncia per interruzione di pubblico servizio. «Oggi, per essere qui» spiega Raffaella Pento, psicologa 36 anni di Scafa, madre di una bimba di otto mesi «abbiamo dovuto trovare un accordo tra sindacato e azienda altrimenti saremmo stati denunciati. Agli occhi delle istituzioni siamo invisibili, altro che forte realtà economica come ci diceva D'Alfonso lo scorso anno. Non solo lavoriamo gratis, forse non vedremo gli stipendi che ci spettano, 5-600 euro al mese ciascuno, ma se le voci che circolano su una probabile liquidazione dell'azienda a breve, sono vere, allora rischiamo anche di perdere il lavoro e i diritti maturati. Insomma, dovremmo ripartire da zero. Ma quanti di noi verranno riassorbiti dalla futura entità aziendale?».
«Andiamo a lavorare, in realtà siamo volontari forzati» commentano Lorella Rulli, 54 anni e Daniela De Angelis, 37 di Scafa, madre di una bimba di 19 mesi. «Siamo moderni schiavi, mano d'opera a costo zero intrappolata tra la scelta del licenziamento e continuare a sgobbare senza stipendio» è la frecciata di Laura Di Cicco, 38 anni, «un altro lavoro? Qualcuno si sta organizzando, ma non è facile tra famiglie da mantenere e prestiti da restituire alle persone che ci stanno aiutando in questo periodo».
Come Giovanni Raviele, 35 anni di Salle, costretto a un «secondo lavoro in un bar del mio paese, perché non voglio chiedere soldi ai miei genitori». Marilena Mastrodicasa, 39 anni di Caramanico, assistente scolastica ai disabili, due figli e un marito impegnato in «lavoretti stagionali», ha preparato la torta di cartone consegnata,non tanto idealmente, alle istituzioni: «È finta esattamente come loro» dice. Toniella Donatelli, assistente sociale di Lettomanoppello, ieri compiva 56 anni «è un compleanno amaro, senza aspettative per il futuro».
Intorno alle 10.30 un emissario dell'assessore agli Enti Locali, Mario Mazzocca, informa che una delegazione di lavoratrici sarà ricevuta ai piani alti. Marta Bottini, assistente sociale di Torre de' Passeri, sbotta: «Ancora e solo chiacchiere, ma chi ci ripaga dei danni morali, emotivi e psicologici nostri e delle nostre famiglie?». Loredana Colangelo, 60 anni , assistente domiciliare di Alanno, sottolinea «la rabbia e la frustrazione a cui siamo sottoposti. Ci chiedono chi ce lo fa fare, perché non ci troviamo un altro lavoro, ma noi sentiamo la responsabilità verso i nostri assistiti anche se il morale è a terra». E dopo l'incontro con l'assessore, la rabbia non si spegne, anzi monta. «Continuano a venderci aria fritta» esplode Patrizia Trebini, la rappresentante della Cgil che, con Stefano Di Domizio, ricorda come alcuni lavoratori siano in arretrato anche di 11 mensilità. A parte l'esternazione di solidarietà, la sofferenza dei lavoratori è l'ultimo dei loro pensieri e anche oggi non hanno nulla da dirci».
Alessandra Tersigni, responsabile finanza pubblica del sindacato, dà la carica: «Occupiamo la Regione e qui restiamo fino a quando non avremo risposte e stipendi». In un attimo i lavoratori irrompono nell'atrio del palazzo governativo, si siedono sul pavimento e aspettano, circondati dalla torta di cartone, dalle bandiere sindacali e da tanti palloncini colorati. Poteva sembrare una festa, in realtà è un inno alla disperazione.
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