Cin cin con un calice d’Abruzzo Per dare il benvenuto al 2017

La carica degli spumanti regionali per il brindisi di San Silvestro. Sfidando i blasonati italiani e francesi Viaggio del Centro nelle cantine locali. Parlano i produttori di vini classici nella variante frizzante
di Giorgio D’Orazio
PESCARA
S. i stappano volentieri e molti lo faranno anche in questo Capodanno, ma c'è ancora molta strada da fare. Gli spumanti abruzzesi crescono per numero, varietà e qualità, però i dati sui volumi e la diffusione di mercato non sono ancora significativi. La ragione sta nella forza commerciale degli champagne francesi e delle blasonate bollicine italiane, dai Franciacorta ai Trento Doc, che raccolgono ancora la maggior fetta di consensi dei consumatori anche nella nostra regione.
La sfida resta accattivante e sempre più produttori ci credono in tutte le provincie, prediligendo i vitigni autoctoni a bacca bianca, ma non manca qualche chicca da Montepulciano d'Abruzzo o le espressioni da vocate varietà internazionali. «Il nostro comparto spumantistico è in evidente crescita» spiega Luca Panunzio, curatore per l'Abruzzo della guida “Vitae” dell'Associazione italiana sommelier. «Negli ultimi tre anni si sono fatti passi da gigante. I metodi charmat danno buoni risultati, sul metodo classico si registrano esiti importanti. Certo, sull'elaborazione siamo secoli indietro ai francesi, ma il prodotto c'è».
A crederci è anzitutto il Consorzio di Tutela Vini d'Abruzzo che di recente ha messo su un tavolo di lavoro dedicato agli spumanti regionali. «Siamo ancora agli inizi ma la qualità si fa già notare» commenta il presidente Valentino Di Campli «d'altronde buona parte della produzione ormai è tutta realizzata in regione e non spumantizzata fuori. Dobbiamo però fare in modo che gli importatori e gli esercenti si facciano promotori di questa opportunità dell'enologia abruzzese».
«In Abruzzo non abbiamo una tradizione di spumanti ma sempre più cantine lavorano con cognizione» riflette Guido Strappelli, vignaiolo a Torano Nuovo, «con il metodo classico, quello che utilizzo, i risultati sono ben diversi rispetto allo charmat, quanto al vitigno invece, nella provincia della docg Colline Teramane non potevo che spumantizzare Montepulciano d'Abruzzo».
Anche per Chiara Ciavolich, che a Loreto Aprutino produce il “Donna Ernestina” da Passerina, gli spumanti abruzzesi hanno futuro. «Cococciola, Pecorino e Passerina sono vocati per queste lavorazioni e non va dimenticato che l'Abruzzo ha sempre conferito al nord Italia uve favorevoli alla spumantizzazione».
«Sono anni che i nostri bianchi vengono acquistati come basi per gli altri spumanti, quindi il potenziale c'è anche se siamo ancora lontani dal dare una identità chiara alle nostre bollicine» aggiunge Valentina Di Camillo della Tenuta I Fauri di Chieti che produce uno charmat da Pecorino e Chardonnay. «Dobbiamo puntare sulle bollicine e fare squadra per la loro promozione in Italia e all'estero» afferma Gianluca Zaccagnini, che da Bolognano propone l'Aster brut da blend di bianchi e la versione rosé da Montepulciano, idea che conferma anche Gianluca Galasso di San Lorenzo, produttore a Castilenti di un Pecorino Brut: «I nostri autoctoni sono perfetti per essere spumantizzati, oltre a Pecorino e Passerina mirerei ormai al Trebbiano». «E non si può dimenticare il Montonico» sottolinea Matteo Ciccone dell'omonima azienda di Bisenti «che lavorato in purezza con metodo classico sa esprimersi al meglio, a breve infatti esordirà il “Pretonico”».
«Le nostre bollicine sono l'affermazione di quella volontà produttiva che identifica il territorio» considera Alice Pietrantonj, produttrice a Vittorito del Pecorino Brut "Temé", «anche la clientela comincia a riconoscerle e apprezzarle». «Gli spumanti abruzzesi sono molto competitivi qualitativamente e meno commercialmente» puntualizza Andrea Di Fabio di Cantina Tollo, «con lo charmat poi il concetto di concorrenza è ben più allargato dei metodo classico. Le nostre novità riguardano infatti uno champenoise rosato da Pinot noir, prodotto di nicchia così come il metodo classico di Feudo Antico». Sui vitigni classici da bolla punta anche Adriana Tronca dell'azienda Vigna di More di Tione degli Abruzzi, con uno champenoise da Pinot Nero e Chardonnay allevati a più di 650 metri: «I risultati ottenuti in questo territorio con vitigni ideali, uve sane e spumantizzazione di qualità sono un esempio di come le bollicine abruzzesi possano competere con tutte le altre realtà italiane e francesi».
Un buon proposito che forse non basterà a scalfire le convinzioni della maggioranza dei clienti, secondo Matteo Ciarrocchi della storica vineria Don Gennaro di Pescara. «Anche se a scaffale ci sono etichette nostrane a prezzi competitivi, la clientela continua ad acquistare le bollicine di fuori regione. Ora vanno molto i Franciacorta e molto meno i Valdobbiadene, restano saldi gli champagne e c'è un bel rilancio dei Crémant di Borgogna. Le bollicine abruzzesi fanno fatica: i clienti non riescono ancora a percepirne l'identità qualitativa e le sfaccettature territoriali». Chi ama le bollicine è abituato bene ed è esigente, considera Guillaume Berlioz, professionista dello champagne con consulenze per rinomati brand, che visita spesso l'Abruzzo e ha assaggiato molte spumantizzazioni regionali. «Ad oggi non sembrano in linea con il segmento dei vini effervescenti sul mercato, trainato da referenze premium, con una clientela di riferimento medio-alta che ricerca finezza aromatica, eleganza e buona beva, mentre le bollicine abruzzesi vanno piuttosto sull'intensità aromatica e dosaggi decisi. Ma non mancano le potenzialità, purché si punti su vitigni ideali ed elaborazioni di alta qualità».
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