Colpì la moglie con una statuetta Rischia il processo per omicidio

Maria Cretarola, 85 anni, venne ferita alla testa dal coniuge. Morì alcune settimane dopo Fu il medico legale che eseguì l’autopsia a mettere in relazione il decesso con l’aggressione subìta
PENNE. Colpì ripetutamente la moglie sulla testa con una statuetta di metallo piuttosto pesante, e poi cercò di togliersi la vita tagliandosi le vene. Un episodio violento e all’epoca incomprensibile: il fatto accadde il 29 maggio del 2020 in pieno lockdown, e sconvolse i vicini di casa e l'intera comunità pennese, paese dove vive la coppia.
Gino Mazzini, 80 anni, finì ai domiciliari, e la moglie Maria Cretarola, di cinque anni più anziana di lui e con diverse patologie, fu ricoverata in ospedale e poi trasferita in un'altra struttura, dove morì diverse settimane dopo.
Il medico che eseguì l’autopsia, nonostante il tempo trascorso dalla violenta aggressione, mise in relazione il decesso dell’anziana con i colpi inferti dal marito. E così il pm Rosangela Di Stefano, richiese il processo per Mazzini, con l’accusa di omicidio volontario.
Adesso l’ottantenne originario di Milano, ma residente da anni a Penne, rischia il processo davanti ai giudici della Corte d'Assise di Chieti. Il suo legale, l’avvocato Antonio Di Blasio, era intenzionato a chiedere il rito abbreviato davanti al gup, ma la nuova normativa impedisce l’utilizzo di questo rito alternativo, che comporta anche la riduzione di un terzo della pena quando si tratta di reati punibili con l’ergastolo, come appunto l’omicidio volontario, aggravato dal rapporto di matrimonio contestato a Mazzini. Quest’ultimo ha da subito confessato il suo gesto fornendo anche una motivazione: «Le volevo bene, ma non la volevo vedere più soffrire». Ieri il procedimento doveva essere discusso davanti al gup Nicola Colantonio, ma è stato rinviato perché non era stata notificata l’udienza agli eredi, e cioè ai figli della vittima. A dare l’allarme, quel pomeriggio del 29 maggio, fu una vicina di casa alla quale Mazzini aveva telefonato subito dopo aver colpito la moglie, confessandole quello che era all’epoca un tentato omicidio.
I carabinieri giunsero in quella casa subito dopo il 118 e videro l’uomo seduto su una sedia con i polsi che sanguinavano, mentre la donna, con il volto tumefatto e con la testa fasciata, veniva soccorsa dai sanitari che l’avevano trovata sdraiata su un divano. L'indagato aveva subito raccontato ai militari il suo gesto, affermando di aver colpito la moglie con una statuetta raffigurante un Buddha e di essersi procurato le ferite ai polsi utilizzando dei cocci di una bottiglia di vetro rotta. Il pm Di Stefano dispose l’arresto immediato dell’uomo, ai domiciliari presso l'ospedale di Pescara dove era stato ricoverato per le ferite riportate ai polsi.
La tesi difensiva punta a contestare la consulenza del medico legale: per l’avvocato Di Blasio quella morte sarebbe causa di patologie pregresse di cui la donna soffriva da tempo. Il pm, che durante la fase istruttoria aveva ascoltato anche i figli della coppia, non avrebbe mai preso in considerazione le giustificazioni di Mazzini legate alla sofferenza fisica della moglie, anche sulla scorta delle dichiarazioni dei figli che riferirono di essere stati allontanati dal padre tantissimi anni prima. Adesso bisognerà attendere il 29 settembre per conoscere le decisioni del giudice Colantonio e l'imputato rischia di finire davanti alla Corte d'Assise.

