«Come un killer che parte per sparare»
Ecco una sintesi di una delle lettere inviate alla professionista dal presunto persecutore, dopo che le aveva sgonfiato le ruote dell’auto a ottobre del 2016.«Sono stato io a sgonfiarti le gomme...
Ecco una sintesi di una delle lettere inviate alla professionista dal presunto persecutore, dopo che le aveva sgonfiato le ruote dell’auto a ottobre del 2016.
«Sono stato io a sgonfiarti le gomme quando sei andata a teatro più o meno un mese fa. Non credevo te ne tornassi a casa in macchina con due gomme a terra; se l’hai fatto probabilmente le avrai distrutte. Se le hai distrutte fammi sapere quanto hai speso, in modo di risarcirti. L’idea e l’intenzione di partenza era di fermarti la macchina definitivamente, da non farla buona quasi nemmeno per lo sfascio. Sono stato come un killer che parte per sparare con una 50 magnum e finisce per soffiare dentro una cerbottana coi razzetti di carta. Questo era il proposito di un cervello che fa finta di essere l’unico, quando sa bene che ce n’è un altro con cui fare i conti e che è quello a dire l’ultima parola su ogni questione importante. Su di te mi sono posto un sacco di domande, ho fatto tante ipotesi, ed ogni volta mi ritornavo una risposta che mi sembrava giusta. Però dopo ogni risposta non passavano un paio d’ore che mi arrivava il suo contrario. Ad una sola domanda sono riuscito a ottenere sempre la stessa sentenza: Se le succedesse qualcosa. Se le capitasse qualcosa di strano o, peggio, di brutto, come ci rimarrei? Me ne importerebbe qualcosa? O mi lascerebbe indifferente? La risposta puoi immaginartela, ma voglio renderti meglio il significato. È come una tacca, incisa, indelebile. Non è una cicatrice. Mi si è impressa quasi da sempre, cioè da quando siamo capitati nello stesso posto. Quanti anni sono passati? 35? Di più? Boh». E ancora: «Il coraggio me lo spendo per fare cose fuori dall’ordinario anche a rischio di fare cazzate perché l’ordinario mi uccide». Epoi il post scriptum finale: «Questa non è una lettera d’amore».
«Sono stato io a sgonfiarti le gomme quando sei andata a teatro più o meno un mese fa. Non credevo te ne tornassi a casa in macchina con due gomme a terra; se l’hai fatto probabilmente le avrai distrutte. Se le hai distrutte fammi sapere quanto hai speso, in modo di risarcirti. L’idea e l’intenzione di partenza era di fermarti la macchina definitivamente, da non farla buona quasi nemmeno per lo sfascio. Sono stato come un killer che parte per sparare con una 50 magnum e finisce per soffiare dentro una cerbottana coi razzetti di carta. Questo era il proposito di un cervello che fa finta di essere l’unico, quando sa bene che ce n’è un altro con cui fare i conti e che è quello a dire l’ultima parola su ogni questione importante. Su di te mi sono posto un sacco di domande, ho fatto tante ipotesi, ed ogni volta mi ritornavo una risposta che mi sembrava giusta. Però dopo ogni risposta non passavano un paio d’ore che mi arrivava il suo contrario. Ad una sola domanda sono riuscito a ottenere sempre la stessa sentenza: Se le succedesse qualcosa. Se le capitasse qualcosa di strano o, peggio, di brutto, come ci rimarrei? Me ne importerebbe qualcosa? O mi lascerebbe indifferente? La risposta puoi immaginartela, ma voglio renderti meglio il significato. È come una tacca, incisa, indelebile. Non è una cicatrice. Mi si è impressa quasi da sempre, cioè da quando siamo capitati nello stesso posto. Quanti anni sono passati? 35? Di più? Boh». E ancora: «Il coraggio me lo spendo per fare cose fuori dall’ordinario anche a rischio di fare cazzate perché l’ordinario mi uccide». Epoi il post scriptum finale: «Questa non è una lettera d’amore».

