Concessioni balneari: settecento stabilimenti restano appesi a un filo

12 Marzo 2023

No del Consiglio di Stato alla legge che le proroga fino al 2024 Ecco la via d’uscita per evitare che le spiagge finiscano all’asta

PESCARA. È illegittima qualsiasi proroga automatica sulle concessioni balneari, compresa quella fino al 31 dicembre 2024 disposta pochi giorni fa dal decreto Milleproroghe convertito in legge. Lo ha affermato la sesta sezione del Consiglio di Stato con la sentenza numero 2.192. Per gli oltre 700 titolari abruzzesi di stabilimenti balneari, da Martinsicuro fino a San Salvo, è un colpo durissimo. Oltre che uno stillicidio senza fine che va avanti ormai da dieci anni.
PERCHÉ IL RICORSO.
I giudici si sono espressi su un ricorso presentato dall’Autorità garante della concorrenza (Agcm) contro il Comune di Manduria che, a novembre del 2020, con una delibera di giunta, aveva disposto l’estensione delle concessioni balneari fino al 2033 in base a quanto stabilito dalla legge di Bilancio del 2018. Ma l’Agcm, ritenendo l’estensione in contrasto col diritto europeo, già in quel periodo aveva presentato numerose diffide contro i Comuni che avevano applicato la maxi proroga, tra cui quello di Manduria. Non essendosi quest’ultimo adeguato ai rilievi dell’Antitrust, il garante della concorrenza aveva deciso di impugnare la delibera davanti al Tar di Lecce, il quale però ha respinto il ricorso. Ma l’Agcm non ha accettato la decisione del tribunale amministrativo salentino e si è rivolta al Consiglio di Stato che ha confermato i dubbi espressi dall’Antitrust. I giudici amministrativi d’appello hanno ribadito che le proroghe sulle concessioni balneari – con cui lo Stato italiano ha gestito la materia negli ultimi tredici anni – sono contrarie alla direttiva europea Bolkestein e al Trattato fondativo dell’Unione europea, in quanto rappresentano dei rinnovi automatici ai medesimi titolari. E pertanto devono essere disapplicate.
I PASSAGGI CHIAVE.
Nella decisione del Consiglio di Stato rientra anche la proroga al 2024 appena approvata dal parlamento perché «si pone in frontale contrasto con la sopra richiamata disciplina, e va conseguentemente disapplicata da qualunque organo dello Stato».
Subito dopo, il Consiglio di Stato si addentra anche in una lunga considerazione che punta a rafforzare la tesi della scarsità della risorsa spiaggia. E scrive che: «Nel settore delle concessioni demaniali con finalità turistico-ricreative, le risorse naturali a disposizione di nuovi potenziali operatori economici sono scarse, in alcuni casi addirittura inesistenti, perché si è molto vicini o si è già raggiunto tetto massimo di aree suscettibile di essere date in concessione».
Quest’ultimo passaggio finisce per ostacolare ulteriormente le scelte del governo Meloni che aveva deciso di prendere tempo prorogando le concessioni al 2024 per permettere ai Comuni di approntare e inviare le mappe del demanio marittimo.
LA VIA DI USCITA
Ma non è ancora detto che per i balneari sia arrivata l’ora dell’ultima spiaggia. Ci sono ancora margini per riavere certezze sulla proprie concessioni, rendendo nulla la sentenza del Consiglio di Stato ed evitando che le spiagge finiscano all’asta, come impone la direttiva europea. Non è però facile né sbrigativo.
Il parlamento dovrebbe infatti sollevare davanti alla Corte Costituzionale la questione di conflitto di attribuzione tra due diversi poteri dello Stato. Nella situazione attuale, governo e parlamento sono stati di fatto privati delle loro esclusive prerogative legislative in materia. E chi lo ha deciso è un organo della giustizia che può annullare gli atti amministrativi ma non le leggi.
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